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Un pezzo nascosto di storia italiana del Novecento
Il referendum per l'indipendenza in Bosnia-Erzegovina
(29 febbraio - 1 marzo 1992)

  • Gli eventi che portarono al referendum

  • I quotidiani italiani nei giorni della consultazione

  • Risultati e conseguenze del referendum

  • I quotidiani lunedì 2 marzo 1992

  • I quotidiani martedì 3 marzo 1992

  • I quotidiani mercoledì 4 marzo 1992

  • I quotidiani giovedì 5 marzo 1992

  • Conclusioni

  • Gli eventi che portarono al referendum
    Con le dichiarazioni di indipendenza di Croazia e Slovenia del 25 giugno 1991 ebbe inizio la dissoluzione della Federazione Jugoslava, nella quale si scatenarono le tensioni politiche, sociali e etniche fomentate dai partiti nazionalisti che avevano cominciato a rafforzarsi dalla fine degli anni ottanta.
    La Slovenia dopo soli dieci giorni di scontri con l’armata federale Jugoslava aveva ottenuto, grazie anche all’intervento internazionale, il cosiddetto memorandum di Brioni, che venne ratificato il 10 luglio dal parlamento di Lubiana.
    Tale memorandum prevedeva il ritiro delle truppe federali dal paese, anche di quelle assediate nelle caserme dalla Difesa territoriale slovena, e il riconoscimento dopo tre mesi della nuova Repubblica.

    In Croazia invece le cose andarono diversamente. I vertici militari Jugoslavi, legati a doppio filo all’establishment politico serbo, primo fra tutti il presidente Slobodan Milošević, non erano infatti disposti a permettere una seconda secessione all’interno della Federazione.
    Questa decisione era dovuta soprattutto alla nutrita presenza di popolazione serba in territorio croato, in particolare nelle regioni della Krajina e della Slavonia, una presenza etnica invece quasi del tutto inesistente in Slovenia, motivo per il quale a tale repubblica era stata concessa la secessione praticamente senza combattere.
    L’intervento dell’armata federale in Croazia venne però presentato agli osservatori esterni come un atto di pacificazione e di difesa delle popolazioni locali, resosi necessario in seguito ai primi scontri scoppiati tra poliziotti croati e milizie paramilitari serbe, costituitesi nei mesi precedenti ed equipaggiate da Belgrado. Queste milizie di cetnici, estremisti che si richiamavano ai monarchici serbi del secondo conflitto mondiale, si erano formate essenzialmente nelle due regioni dove la loro presenza etnica era più nutrita, anche se non sempre maggioritaria. Questi gruppi paramilitari, formatisi apparentemente in modo spontaneo, erano guidati da ex-criminali come Željko Ražnatović detto “Arkan” , in precedenza capo ultras a Belgrado, killer dei servizi segreti federali e uomo di Milošević, o da poliziotti locali come Mile Martić, futuro presidente dell’autoproclamata Repubblica Serba di Krajina.

    Mentre proseguivano, inasprendosi, gli scontri in territorio croato, gli schieramenti in campo si definirono limpidamente agli occhi delle istituzioni internazionali quando nel dicembre del 1991 il primo ministro jugoslavo, il croato Ante Marković, venne esautorato dalla sua posizione con un abile intrigo politico da Milošević. La carica venne infatti abolita e gli interessi dell’armata federale, non esistendo più figure politiche jugoslave a dirigerla, vennero definitivamente a coincidere con quelli dei serbi, ossia con il successivamente noto piano “Ram”, che era stato elaborato a febbraio dello stesso anno e prevedeva la creazione di una Grande Serbia, comprendente tutte le zone jugoslave con anche solo una minima parte di popolazione serba.

    Gli echi degli scontri in Croazia non tardarono intanto a farsi sentire in Bosnia, dove l’armata federale incominciò lentamente a far affluire truppe e mezzi corazzati, oltre a pezzi di artiglieria, smobilitando anche parte dell'arsenale da lei posseduto in Macedonia.
    A livello politico invece, quando divenne ormai palese che gli scontri in Croazia avevano assunto le proporzioni di un conflitto, il presidente bosniaco Alija Izetbegović, a capo anche del Partito d’azione democratica (musulmano), presentò il 14 ottobre 1991 “un memorandum con cui proponeva di costituire la Bosnia-Erzegovina come “Stato sovrano e democratico”, nel quale tutti i popoli che l’abitavano” avrebbero goduto di eguali diritti.
    Il partito dell’Unione democratica croata accolse e votò favorevolmente il giorno successivo tale memorandum, mentre i deputati del Partito democratico serbo con il loro leader non eletto Radovan Karadžić abbandonarono l’aula, sostenendo che non poteva esistere una Bosnia unita ma slegata dalla Jugoslavia.

    I leader serbi risposero quindi alla proposta di Izetbegović costituendo unilateralmente due nuove regioni autonome serbe, che si aggiunsero alle tre già esistenti, e organizzando in quei comuni un plebiscito per il 9 e 10 di novembre che, anche grazie ad un’intensa propaganda contro “turchi” e “ustascia”, sancì la volontà di una parte dei serbi di Bosnia di permanere nella Federazione Jugoslava.
    In base a questi risultati il 21 novembre il Partito democratico serbo “si costituì in Assemblea del popolo serbo in Bosnia-Erzegovina, troncando ogni legame con le autorità legittime della Repubblica”. A peggiorare la situazione, i rappresentanti dell’Unione democratica croata, tra cui il vice-presidente Mate Boban, con alle spalle una storia di ex-criminale e agente del controspionaggio simile a quella del serbo Arkan, il 18 novembre proclamarono in Erzegovina un’Unione croata Herceg-Bosna di 38 comuni, che riconosceva le autorità elette di Bosnia, ma solo fino a quando questa fosse rimasta indipendente dalla Jugoslavia.

    Nel frattempo lo Stato maggiore dell’Armata popolare, oltre ad aumentare i propri effettivi in territorio bosniaco, provvide anche a rifornire di armi il Partito democratico serbo, provocando per reazione la nascita di una Lega patriottica di difesa territoriale musulmana, proposta dallo stesso Izetbegović.
    Nei mesi successivi i cittadini bosniaci videro dunque aumentare le tensioni tra gli schieramenti politici rappresentanti le diverse etnie, tensioni tra l’altro fomentate dalle autorità stesse. Il presidente croato Tudjman infatti decise di nominare a capo del partito dell’Unione democratica croata il suddetto Mate Boban al posto del moderato Stjepan Kljuić, mentre Karadžić iniziò a paventare ai giornali internazionali il rischio che la Bosnia potesse diventare uno Stato Islamico nel cuore dell’Europa, se fosse diventata indipendente sotto la guida musulmana.
    Ma il parlamento bosniaco proseguì ugualmente sulla strada verso l’indipendenza e il 25 gennaio 1992 decise, in assenza dei deputati serbi, di proclamare il referendum sull’indipendenza per le giornate di sabato 29 febbraio e domenica 1 marzo. Tale referendum era inoltre diventato necessario per ottenere il riconoscimento della Comunità europea e di conseguenza quello internazionale, riconoscimento che nei progetti di Izetbegović avrebbe dovuto proteggere la Bosnia dall’aggressione serba.

    I quotidiani italiani parlarono raramente dell’evolversi della situazione bosniaca nei mesi in cui il conflitto si sviluppava in Croazia, quantomeno prima dei giorni del referendum, e spesso solo di riflesso al suddetto conflitto serbo-croato.
    L’unica eccezione fu quando il “Corriere della Sera”, il “Secolo d’Italia”, “La Stampa” ed “Il Popolo” parlarono della Bosnia in occasione della delibera dell’Onu sull’invio dei caschi blu in Jugoslavia, previsto verso la metà di marzo con destinazione Sarajevo.
    La capitale bosniaca era infatti stata scelta dall’Onu con la risoluzione 743 come base per le operazioni di peacekeeping delle forze Unprofor (United Nations Protection Force) da inviare in Croazia. Sarajevo fu scelta anche per tentare di allentare le presunte tensioni etniche presenti nei suoi quartieri, nonostante però si trovasse a più di 300 chilometri dal territorio croato, che inizialmente era stato indicato come unico campo d’azione delle forze di pace.
    In realtà il “Secolo d’Italia” aveva anche dato spazio alla Bosnia, unico tra le principali testate italiane, in un breve trafiletto nella sezione esteri dell’edizione dell’11 febbraio, nel quale si riportavano le profetiche parole di Stipe Mesić, ex-rappresentante della Croazia nella presidenza Jugoslava, che prevedeva lo scoppio in breve tempo di un conflitto anche in Bosnia, denunciando i grossi concentramenti di contingenti federali nel paese e le brame politiche di Milošević.
    Il “Corriere della Sera” invece si era distinto per un ambiguo articolo di Maurizio Chierici del 15 febbraio intitolato “I Balcani governati con il Corano” ed inserito nella rubrica settimanale “Viaggio nell’Islam del Mediterraneo”, dove l’autore tentava neanche troppo velatamente di mettere in guardia l’Occidente dalla possibilità che con il referendum bosniaco nascesse la prima repubblica musulmana d’Europa.

    Con l’avvicinarsi invece della data prevista per il referendum sull’indipendenza della Bosnia Erzegovina, ossia il 29 febbraio e l’1 marzo, solamente “Il Popolo” dedicò il 25 di febbraio un piccolo spazio esclusivamente riservato all’imminente consultazione popolare.
    Tutte le altre principali testate ne fecero cenno solo con poche righe e per lo più in riferimento a due attentati effettuati in Bosnia contro un monumento ai caduti a Stolac e contro una moschea a Banja Luka, e tra l’altro all’interno di articoli dedicati a Milošević, per la sua prima altisonante dichiarazione rilasciata alla stampa internazionale su come ormai la guerra in Croazia fosse praticamente finita.
    Il leader serbo infatti ammetteva di aver fornito armi ai serbocroati insorti, ma scaricava tutte le responsabilità della nascita del conflitto sui croati e sulla loro dichiarazione d’indipendenza, sostenendo infine che avrebbe preferito una Jugoslavia ridotta piuttosto che una grande Serbia.
    Anche “Il Giornale” il 28 febbraio diede spazio all’intervento di Milošević, ma senza parlare della Bosnia, mentre il “Secolo d’Italia”, dopo essersi distinto positivamente con il trafiletto dell’11 febbraio, evitò di parlare dei Balcani fino al 1 di marzo, forse anche per lasciare lo spazio necessario ad illustrare il nuovo programma elettorale del MSI, a cui venivano dedicate ben 4 pagine intere nell’edizione del 29 febbraio.

    Nelle ultime settimane di febbraio ci fu inoltre un febbrile lavoro di mediazione da parte della Comunità Europea tra le tre fazioni presenti in Bosnia, radunate a Sarajevo in una apposita Conferenza sull’ex Jugoslavia presieduta da Lord Carrington, diplomatico britannico, e da Josè Cutileiro, ministro degli esteri del Portogallo, paese in quel momento alla presidenza della Ce.
    I due rappresentanti europei proponevano un piano di spartizione territoriale del paese di tipo confederale, ma nonostante questi incontri non si raggiunse un accordo sul nuovo assetto politico da dare al paese, ed il referendum sull’indipendenza si svolse come previsto tra sabato 29 febbraio e domenica 1 marzo. Nel frattempo però, nella notte tra il 28 e il 29 febbraio, i deputati serbi si erano decisi ad adottare autonomamente la nuova costituzione della Repubblica del popolo serbo in Bosnia Erzegovia, per mettere così le autorità bosniache di fronte al fatto compiuto prima che venissero pubblicati gli esiti ufficiali delle consultazioni, con l’alquanto probabile conferma popolare dell’indipendenza.
    A riguardo dello svolgimento del referendum, come annunciato da Karadžić i serbi in maggioranza non si recarono alle urne, ma questo anche perché poliziotti serbi e paramilitari in mimetica impedirono di votare alla popolazione in diverse zone da loro controllate politicamente, anche tramite intimidazioni e piccoli scontri armati, come nella cosiddetta Krajina bosniaca al confine con la Croazia.


    Gli eventi che portarono al referendum
    In questi due giorni con le urne elettorali aperte dunque, caratterizzati da significativi scontri armati nelle zone di provincia, i quotidiani italiani riportarono resoconti di ampiezza differente, ma spesso con contenuti tutto sommato simili.

    Il “Corriere della Sera” infatti, per voce del proprio corrispondente Eros Bicic, giornalista sloveno di Capodistria legato tra l’altro al partito radicale, il 29 febbraio dedicava un intero articolo alla recentissima costituzione della Repubblica serbo-bosniaca, allertando che la sera precedente si “erano riuniti a porte chiuse anche i rappresentanti dei comuni croati dell’Erzegovina Occidentale” e che “da un momento all’altro ci si può aspettare una decisione analoga a quella dei serbi”. Bicic sosteneva infatti che l’incontro avvenuto in Austria la settimana precedente tra Karadžić e il capo dei servizi segreti croati Manolić, avrebbe potuto far nascere un accordo di spartizione della Bosnia tra le due nazioni da loro rappresentate, lasciando al 40% musulmano della popolazione solo un piccolo territorio centrale.
    Di questo accordo per la spartizione del territorio bosniaco tra serbi e croati, si avrà tra l’altro in seguito la conferma che venne realmente stipulato a Graz il 27 di febbraio dagli stessi Karadžić e Manolić.

    Su “La Stampa” invece, nell’articolo del 29 febbraio firmato dalla giornalista croata Ingrid Badurina, nonostante il titolo si focalizzasse sulla destituzione di alcuni generali dell’armata jugoslava da parte della presidenza federale, “Belgrado pensiona i generali”, il testo si concentrava invece principalmente sul referendum bosniaco, illustrando chiaramente di quale genere sarebbero state le difficoltà per ottenerne uno svolgimento corretto, e riportava anch’esso la notizia dell’incontro avvenuto in Austria tra Karadžić e Manolić, citando direttamente la propria fonte nel giornale bosniaco “Ve ernje Novine”.

    Anche il “Secolo d’Italia” dopo ben venti giorni di silenzio, come già ricordato, l’1 marzo ritornava a parlare con un breve articolo di Bosnia e Croazia, alludendo al possibile accordo di spartizione tra serbi e croati, seppur senza scendere nei particolari, ma soffermandosi invece sulla ripresa dei combattimenti in Croazia e sull’irruzione di generici “miliziani serbi” nella piccola cittadina bosniaca di Komar, nella quale questi ultimi avrebbero anche provocato un morto.

    L’Osservatore Romano” invece dedicava in prima pagina il primo marzo un lungo articolo riepilogante la situazione di Bosnia e Croazia. Partendo dalle condizioni in cui si sarebbe svolto il referendum bosniaco, il quotidiano del vaticano sottolineava la contrarietà dei serbi e la minacciosa presenza di migliaia di truppe federali nel paese, ma senza accennare al possibile accordo serbo-croato.
    Inoltre l’articolo metteva in guardia sulle derive militari a cui gli esiti del referendum avrebbero potuto portare, rammentando quanto avvenne in Croazia nel giugno del ’91 quando una mancata iniziativa diplomatica forte da parte dell’Europa, auspicata a più riprese dalla Santa Sede come l’”Osservatore” non mancava di ricordare, fosse stata a parere del quotidiano corresponsabile dello scoppio delle ostilità.

    La Repubblica” invece si limitava a un breve trafiletto l’1 marzo, nel quale oltre ad annunciare l’apertura delle urne voluta da Izetbegović nel tentativo di impedire la divisione del paese, sottolineava come fossero già avvenuti incidenti, riportando in questo caso la notizia della morte nei pressi di Travnik di un tassista, che avrebbe tentato di forzare una barricata eretta dai serbi.

    Anche “Il Giornale” si presentava con un semplice trafiletto sabato 29, annunciando il referendum e la presenza in Bosnia di molte truppe federali che “non possono essere considerate imparziali”, oltre a ricordare il previsto arrivo dei caschi blu.
    Il giorno successivo invece il quotidiano di Montanelli usciva con un articolo più esaustivo, dove il titolo presentava però una situazione delle votazioni che si sarebbe dimostrata alquanto lontana dalla realtà, chiosando infatti “Alta affluenza e poche irregolarità”, ed in effetti il testo cominciava parlando di “incidenti isolati […] non direttamente collegati alla consultazione”, anche se poche righe più avanti si smentiva da solo citando il fatto che a Bosanski Brod, paese della Krajina al confine con la Croazia ma a maggioranza serba, uomini armati avevano impedito di votare, sottolineando poi che gli stessi deputati serbi invece avevano appena votato una nuova costituzione e che erano favorevoli a una divisione della repubblica.

    L’Unità” a sua volta l’1 marzo nel proprio articolo a riguardo del referendum riportava la notizia di incidenti, con toni più drammatici ma realistici rispetto al “Giornale”, e segnalandone due in particolare: quello di Komar, già ricordato dal “Secolo d’Italia”, anche se secondo il quotidiano diretto da Renzo Foa non si sarebbe trattato di un morto causato da un’irruzione di miliziani serbi nella città, ma bensì di un tassista ucciso per aver sfondato una barricata eretta dai serbi, come segnalato anche da “Repubblica” sebbene senza specificarne la località.
    L’altro incidente riportato era poi quello di Bosanski Brod, dove però si affermava soltanto vagamente che ”uomini armati hanno impedito di votare”. Per il resto anche “L’Unità” ricordava la neo approvata costituzione della Repubblica serba di Bosnia, e la sua contrarietà annunciata ad una Bosnia indipendente e separata dalla Jugoslavia.

    Il Popolo” invece uscì solamente il 2 marzo, nella classica edizione di domenica e lunedì unificate, con un articolo sulle elezioni in Bosnia e Montenegro palesemente scritto l’1 prima della fine delle consultazioni, e che in realtà si soffermava solo su quella bosniaca.
    In particolare l’articolo si concentrava sull’omicidio avvenuto nei pressi di Travnik, affermando che ad aver innalzato le barricate che un uomo al volante avrebbe tentato di sfondare sarebbero stati “vigilantes armati e a volto coperto”, aggiungendo poi la frase “presumibilmente serbi”, come a voler lasciare il beneficio del dubbio sulla nazionalità degli assassini.

    Sia il “Corriere della Sera” che “La Stampa” però, entrambi usciti con articoli rilevanti già sabato 29 febbraio, mostravano una copertura più estesa della situazione bosniaca rispetto alle altre testate nazionali tornando a parlarne il primo di marzo.

    “La Stampa” infatti, con un nuovo articolo di Ingrid Badurina, riferiva di come ci fosse stato un alto afflusso alle urne nonostante gli incidenti, parlando per prima delle tensioni nella cittadina di Pale, futura capitale serbo bosniaca, nella quale i seggi dovettero essere aperti clandestinamente per i divieti delle autorità locali. La corrispondente croata riportava anche notizie sulla mobilitazione della “Difesa territoriale” a Bosanski Brod, ma senza sottolineare se si trattasse di paramilitari serbi o croati vista la vicinanza con la repubblica in guerra, e riferiva anche della morte del tassista che non si era fermato al posto di blocco armato dei serbi nei pressi di Travnik.
    Badurina ebbe inoltre il merito di riferire per prima della riunione svoltasi a Banja Luka il giorno precedente, sabato 29 febbraio, dove i rappresentanti serbi locali si erano riuniti con l’intenzione di costituire una “Regione autonoma della Krajina bosniaca” che rimanesse parte della Jugoslavia. La corrispondente faceva presente però di come il leader serbo locale, di cui non riportava il nome, fosse stato subito ammonito dal più noto Karadžić, che aveva dichiarato che avrebbe impedito “la costituzione di feudi”.

    Per quanto riguarda invece l’articolo del 1 marzo del “Corriere” i toni si presentavano già drammatici nei titoli, “Urne esplosive a Sarajevo”, ed era ancora il corrispondente Eros Bicic a scrivere affermando che ben 500 seggi su 5000 non erano stati aperti per irruzioni e violenze, ma senza attribuirne la colpa a nessun gruppo o formazione in particolare, e dando solo la responsabilità della chiusura di 8 dei 500 seggi suddetti all’esercito federale, affermando inoltre che “a prescindere dal risultato del referendum la Repubblica è già divisa, ora anche giuridicamente”, in riferimento alla nuova costituzione serbo-bosniaca appena varata.
    Bicic inoltre, nel presentare lo scontro a fuoco avvenuto a Komar forniva ulteriori particolari rispetto agli altri quotidiani, affermando che un gruppo di persone “tra cui ci sarebbero anche appartenenti a formazioni paramilitari croate, hanno bloccato una strada e circondato una caserma minore dell’esercito federale”, e presentando quindi le successive barricate serbe non come l’iniziativa di vigilantes o paramilitari serbi, ma come reazione della popolazione serba locale a una provocazione dell’altra etnia.
    Oltre all’articolo sul referendum, che già instillava nei lettori italiani il dubbio a riguardo delle colpe da attribuire ai serbi per il nascere dei primi scontri, il “Corriere” per rimarcare il messaggio aggiungeva anche un’intervista dello stesso Bicic al leader montenegrino dei serbo bosniaci Radovan Karadžić, al quale veniva data ampia possibilità di spiegare il suo punto di vista sulla situazione bosniaca.
    Lo psichiatra sosteneva innanzitutto che il referendum non avesse valore giuridico in quanto non indetto con il consenso di tutte e 3 le etnie costituenti la repubblica, e si dissociava dagli atti di violenza di quelle giornate, che sarebbero stati commessi a suo dire da “criminali isolati”.
    Karadžić inoltre sosteneva che i serbi rappresentassero il 75% della popolazione bosniaca, quando era risaputo che in realtà non erano più del 31%, e che il nuovo stato con una propria costituzione proclamato dal suo partito fosse l’unico modo per impedire la nascita in Bosnia di uno stato unitario islamico.
    A precisa domanda di Bicic inoltre il leader serbo affermava che i croati fossero d’accordo sulla spartizione della Bosnia, ma che non era intenzionato ad unirsi alla Serbia o alla repubblica della Krajina serba in Croazia, seppur desiderasse rimanere all’interno della Jugoslavia. Una Jugoslavia che avrebbe così secondo lui potuto assurdamente raggruppare in essa tre stati serbi distinti tra loro.


    Risultati e conseguenze del referendum
    Nel momento in cui, la sera del’1 marzo, le urne delle città bosniache vennero chiuse ed iniziò ad essere chiaro che nonostante le irregolarità si sarebbe sicuramente superato il quorum del cinquanta per cento dei voti, alcuni deputati serbi tentarono di impedire il conteggio delle schede.
    In particolare lo fecero organizzando alcuni commando mascherati che innalzarono barricate per le strade di Sarajevo, uomini appartenenti al cosiddetto “Comitato di crisi del popolo serbo”, che agirono nella notte tra l’1 ed il 2 di marzo. Presso le barricate e gli annessi posti di blocco scaturirono dunque degli scontri armati con delle unità paramilitari musulmane, già organizzate dal noto criminale locale Jusuf Prazina, i cosiddetti “berretti verdi”.

    La scintilla che diede il pretesto per erigere le barricate fu un omicidio avvenuto il 1 marzo pianificato forse dagli stessi serbi.
    Quella domenica infatti un corteo nuziale serbo attraversò il vecchio centro storico musulmano della Bašćaršija sventolando bandiere ortodosse, e provocando infine una lite con dei presunti passanti nella quale rimase ucciso il padre dello sposo.
    Mentre la città era quindi paralizzata dalle barricate e si svolgevano febbrili trattative tra i rappresentanti politici delle tre etnie, la sera del 2 marzo un corteo spontaneo per la pace si incamminò per le strade, ma nel passare vicino a delle barricate serbe venne preso a fucilate, riportando fortunatamente solo alcuni feriti.

    Episodi di questo tipo alzarono dunque la tensione nella capitale bosniaca bloccata dalle barricate, ma infine venne ugualmente ultimato il conteggio dei voti del referendum, che era stato tra l’altro monitorato da osservatori europei ed americani. I risultati ufficiali dunque, pubblicati martedì 3 marzo, sancirono il netto prevalere dei cittadini favorevoli all’indipendenza con il 99,4% dei sì (1.986.202 voti).
    Il fatto però che solo il 63,4% delle persone aventi diritto al voto vi prese parte (2.028.800 circa su 3.200.000) fece sì che i politici serbi ne rifiutassero i risultati senza esitare, sostenendo che la porzione di cittadini bosniaci da loro rappresentata avesse già scelto con la consultazione di novembre di continuare a far parte della Jugoslavia, e ritenendo il referendum incostituzionale in quanto era mancata, al momento della sua indizione, l’approvazione di tutte e tre le etnie costituenti il paese.

    Il partito serbo contestò quindi l’Indipendenza proclamata dalle autorità statali bosniache lo stesso 3 di marzo , e ne pretese la sospensione chiedendo di raggiungere un accordo tra i rappresentanti dei tre principali partiti etnici sul futuro assetto statale della repubblica.
    Il presidente Izetbegović quindi, dopo essere stato informato di altri piccoli scontri avvenuti per tutto il paese, acconsentì alle richieste serbo bosniache, anche per evitare lo scoppio immediato di una guerra civile nella quale l’armata federale avrebbe avuto gioco facile ad intervenire, ufficialmente per separare le parti coinvolte, ma presumibilmente per appoggiare la causa serba, come stava già facendo in Croazia da diversi mesi. Come riporta lo storico Pirjevec infatti, il presidente bosniaco riteneva ormai inevitabile lo scontro interetnico nel paese, ma considerava necessario attendere ad avviarlo fino al momento in cui la nuova repubblica indipendente non avesse ottenuto “il riconoscimento internazionale” e far così “apparire l’appoggio dell’Armata popolare ai seguaci di Karadžić” come ciò che realmente era, ossia “un’aggressione esterna contro uno Stato sovrano.”.

    Le tre fazioni accettarono quindi come figura di mediatore il generale federale Milutin Kukanjac, di origine serba e circondatosi da qualche mese nell’armata di soli ufficiali serbi. In quei giorni Kukanjac ostentava ancora la sua neutralità, sebbene soltanto un mese dopo avrebbe tentato di prendere possesso con la forza del palazzo presidenziale di Izetbegović. Dopo neanche 36 ore quindi le barricate furono demolite, e parve tornare la quiete a Sarajevo. Ma i bosniaci erano ormai consapevoli di quanto si stesse avvicinando il conflitto armato, anche per le notizie che circolavano sulla concentrazione di unità paramilitari e federali nei dintorni di Sarajevo e del borgo di Pale, centro operativo di Karadžić, situato a soli 18 chilometri dalla capitale bosniaca. In questi giorni di crisi e di tensioni tra l’altro i croati si erano praticamente chiusi in un ambiguo e premonitorio silenzio a riguardo della loro visione sul futuro del paese.


    I quotidiani lunedì 2 marzo 1992
    La diffusione in Italia delle notizie riguardanti gli avvenimenti dei giorni immediatamente successivi al referendum bosniaco, avvenne con modalità decisamente differenti a seconda dei quotidiani che le riportavano, differenze dovute soprattutto al fatto se questi ultimi si avvalevano o meno di corrispondenti o inviati.
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    Lunedì 2 marzo 1992 ad esempio, mentre era ancora in corso lo spoglio delle urne, solo 4 testate uscirono con articoli relativi al referendum, ossia “Corriere della Sera”, “Giornale”, “Stampa” e “Unità”. In tutti e quattro gli scritti venne concessa qualche riga anche alla contemporanea consultazione in Montenegro, ma il fulcro delle notizie verteva chiaramente sulla Bosnia, essendo l’altra repubblica Jugoslava da sempre un satellite di Belgrado, e prevedendone quindi un esito scontato a favore della permanenza nella federazione.
    Sul “Corriere” dunque il corrispondente Bicic annunciava che il quorum sarebbe stato raggiunto, anche se mancavano ancora i risultati ufficiali, e che Izetbegović avrebbe avuto una carta in più da giocare al tavolo delle trattative con i serbi, “supponendo che si cercherà una soluzione pacifica”. Veniva sottolineato però come il clima fosse decisamente teso, a causa dell’uccisione la domenica di un serbo durante un corteo nuziale a Sarajevo e dell’assalto a un deposito di armi federali nei pressi di Bihać, nella Bosnia nord occidentale, senza specificare però in entrambi i casi chi fossero gli autori degli attacchi.

    Nell’articolo del “Giornale” invece, dopo aver riportato la scontata affermazione dell’indipendenza, ci si concentrava sul fatto che “i due giorni della consultazione in Bosnia-Erzegovina hanno tra l’altro evidenziato come la situazione non sia del tutto sotto controllo nella Krajina Bosniaca”, regione a maggioranza serba confinante con l’autoproclamata repubblica serba di Knin in Croazia, nella quale secondo il quotidiano conservatore l’affluenza alle urne sarebbe stata bassissima a causa del boicottaggio dei serbi, mentre solo a Bosanski Brod sarebbe stato impedito il voto da uomini armati.
    A difesa della tesi implicita nell’articolo, ossia che tutti i serbi avessero spontaneamente boicottato il voto, “Il Giornale” riportava inoltre i dati parziali sull’affluenza per regioni, come se il fatto che le alte percentuali di votanti nella Bosnia nord-occidentale a prevalenza musulmana e nella Erzegovina croata potessero in qualche modo dimostrare la volontaria astensione della popolazione nelle zone a maggioranza serba.

    Sulla “Stampa” era ancora Badurina a occuparsi del referendum, e dopo aver riportato la scontata vittoria dei sì e il tragico omicidio avvenuto durante il corteo nuziale serbo a Sarajevo, preferiva poi concentrarsi sulla situazione esplosiva creatasi a Mostar. Infatti nel capoluogo dell’Erzegovina, nonché città bosniaca tra le più multiculturali, la folta presenza di riservisti dell’armata federale stava generando tensioni tra la popolazione, già da tempo armatasi a causa di diversi incidenti verificatisi nei mesi precedenti, come testimoniato da alcuni cittadini intervistati.
    Infine Badurina lasciava spazio alle forti dichiarazioni del ministro degli esteri bosniaco Haris Silajdžić, che rivendicava la vittoria nel referendum per l’indipendenza chiedendo a gran voce per il suo paese lo status di membro associato della Ce.

    Anche “L’Unità” riportava nel suo articolo le richieste del ministro bosniaco, concedendogli ancora più spazio di quanto non avesse fatto “La Stampa”, per poi riferire però lo stesso stereotipo sulle zone di affluenza presentato dal “Giornale”, tra l’altro con parole molto simili, riportando l’astensione nelle regioni a maggioranza serba come dovute a un rigido spartiacque di natura etnica, e trovando dunque un punto di vista comune con il quotidiano di Montanelli, forse dovuto più che altro all’utilizzo della stessa agenzia di stampa. Inoltre nel riportare l’omicidio avvenuto a Sarajevo durante il corteo nuziale, il quotidiano di sinistra mostrava di avere le idee alquanto confuse parlando di un cittadino serbo ucciso durante un pestaggio, mentre si stava recando ad un matrimonio assieme ad un Pope.


    I quotidiani martedì 3 marzo 1992
    Martedì 3 marzo invece tutti e 8 i principali quotidiani italiani dedicavano ampi spazi all’esplosiva situazione bosniaca, alcuni anche in prima pagina, ed in particolare alle barricate erette tra domenica e lunedì. Era il caso ad esempio dell’“Osservatore Romano”, il quale era uscito come di consueto il lunedì pomeriggio con la data del martedì, e che presentava quindi anche un gap informativo da colmare con i propri lettori non uscendo la domenica.
    Il quotidiano della Santa Sede però, proprio a causa del fatto che veniva pubblicato al pomeriggio in vista del giorno successivo, liquidava in pochissime righe l’erezione delle barricate e gli scontri a fuoco avvenuti nella notte tra i’1 e il 2 marzo. Per una lunga parte del testo poi, alcuni periodi e diverse frasi risultavano identiche a quelle utilizzate dal “Giornale” nell’articolo del 2 marzo, tra l’altro già simili a quelli dell’”Unità”, e non essendo articoli firmati appare plausibile che i tre quotidiani, nonostante orientamenti politici decisamente contrastanti, si fossero avvalsi della stessa agenzia di stampa per riportare la notizia, senza produrre nemmeno lo sforzo di modificare le parole.

    Anche il “Secolo d’Italia” dava spazio in prima pagina alla notizia di barricate e scontri a Sarajevo nella notte precedente, parlando già di 12 morti, citando però per questi dati anonime fonti ufficiose, mentre l’articolo a pagina 14 ammoniva poi categoricamente i lettori titolando “La Bosnia sull’orlo della guerra civile”. Il quotidiano del MSI infatti, pur ritenendo “ineccepibile” la consultazione popolare, ricordava la possibile esistenza di un accordo segreto tra estremisti serbi e croati, come già aveva riportato l’1 marzo. L’articolo ammoniva inoltre di non dimenticarsi della particolare questione religiosa caratterizzante il paese e soprattutto dell’opposizione a priori dei serbi ad una Bosnia indipendente, riportando per finire la notizia dell’omicidio avvenuto durante il corteo nuziale e del sequestro della sede della TV di stato di Banja Luka.

    Pure “La Stampa” concedeva spazio in prima pagina all’”isolata Sarajevo”, riferendo che civili serbi armati avevano eretto barricate per la città, sparando anche su una manifestazione spontanea per la pace che si dirigeva verso di loro. L’articolo proseguiva a pagina 5, dove era sempre Ingrid Badurina a ricordare come tutto fosse nato a causa dell’uccisione di Nikola Gardović, il serbo assassinato nel corteo nuziale domenica 1 marzo, omicidio di cui venivano individuati gli autori in 3 giovani malavitosi non ancora arrestati.
    Badurina mostrava inoltre di avere ben chiara la situazione in città collocando precisamente la prima barricata eretta sul ponte di Vrbanja.
    Il quotidiano di Torino concedeva quindi spazio al leader serbo Karadžić, che era stato prontissimo a strumentalizzare l’incidente del matrimonio per avvertire che quella sarebbe stata la vita che avrebbe atteso i serbi in una Bosnia indipendente, e aveva dichiarato che “sarà molto difficile impedire una guerra civile”. Badurina però, dopo aver riportato della temporanea smobilitazione delle barricate dovuta agli accordi tra presidenza bosniaca e partito dei serbi, ebbe di nuovo il merito di far notare che la situazione non sarebbe comunque cambiata, in quanto “è oramai chiaro che le barricate fanno parte di uno scenario dettagliatamente preparato e che l’omicidio domenicale è stato un semplice pretesto. Gli uomini delle barricate […] vengono riforniti di nuove armi […] lo stesso accade in altre città bosniache bloccate dai miliziani serbi.”.

    Lo stesso “Corriere della Sera” riportava in prima pagina la situazione critica delle ultime ore a Sarajevo, titolando drasticamente “Bosnia: scoppia la guerra civile”, e rincarava il messaggio nel titolo dell’articolo a pagina 11 aggiungendo “Sarajevo: riesplode la bomba balcanica”.
    L’autore, il solito Eros Bicic, dichiarava che le barricate nella capitale erano il prezzo che la popolazione musulmana stava pagando per aver preso con leggerezza “le richieste della popolazione serba e la proclamazione della loro Repubblica in Bosnia-Erzegovina.”.
    Il corrispondente presentava poi chiaramente la situazione della città, con barricate distribuite meticolosamente con “una complessa e precisissima operazione di assedio, pianificata chissà da quanto”, e portava la propria testimonianza del tentativo di avvicinarsi ad alcune di queste.
    Oltre alla notizia della spontanea marcia per la pace direttasi verso le barricate ed accolta a colpi di mitra, il giornalista sloveno sottolineava poi come i bosniaci e i musulmani si fossero coperti di vergogna accettando le richieste “del cosiddetto Comitato di crisi del popolo serbo per sbloccare la città”, richieste definite da Bicic sostanzialmente un “ultimatum, inaccettabile già a prima vista”.
    Gli articoli di Bicic venivano tra l’altro affiancati da un editoriale dedicato alle comunità italiane di Istria e Dalmazia di Sabino Acquaviva, sociologo di orientamento conservatore, il quale sosteneva che le suddette comunità fossero in via di estinzione a causa del nazionalismo sloveno e croato, oltre che per colpa del disinteresse della politica italiana. Nel suo editoriale Acquaviva indicava poi 7 punti che si sarebbero dovuti necessariamente attuare per tutelare la minoranza italiana, ricordando come il nostro paese tutelasse le minoranze straniere nel territorio italiano, e velando tutto il testo con un tono neoirredentista.
    “Il Giornale” invece il 3 di marzo pubblicava un articolo di Elo Foti, il quale, dopo un breve riepilogo sulla situazione bosniaca, denunciava come le barricate fossero state erette la sera di domenica 1 marzo a causa di due musulmani e un croato, rei di aver aperto il fuoco contro un serbo che stava andando al matrimonio della figlia, uccidendolo e scatenando la reazione.<
    Foti quindi non solo tralasciava la provocazione dei serbi, che giravano con bandiere contenenti stemmi ortodossi in un quartiere musulmano, ma non riferiva neanche della premeditazione del comitato serbo nell’erigere le barricate, premeditazione che appariva evidente dall’organizzazione mostrata per innalzarle in poche ore. Il giornalista riportava infine di come Karadžić avesse risposto all’appello a mantenere la calma lanciato da Alija Izetbegović minacciando che “se la Repubblica sarà riconosciuta, temo che non potremo evitare un conflitto interetnico.”.
    A fianco dell’articolo di Foti anche “Il Giornale” presentava un editoriale, in questo caso del giornalista ungherese Francois Fejtő, politologo esperto di Europa Orientale, il quale tentava di spiegare le origini e le differenze della popolazione bosniaca rispetto agli altri popoli dei Balcani, sostenendo che i bosniaci non fossero slavi islamizzati ma un popolo separato, con influenze slave ma con una vicenda geoetnica complessa.
    Molto lucidamente Fejtő informava invece della grande disponibilità di armamenti dei serbi di Bosnia, e del sicuro appoggio che avrebbero ricevuto dall’armata Jugoslava, dando correttamente per scontato il “sostegno dei generali di un esercito che a Belgrado, e forse anche a Parigi, si insiste a chiamare federale”, ma che era ormai già diventato serbo. Il giornalista ungherese concludeva quindi il suo scritto invocando a gran voce l’intervento preventivo e dissuasivo di Ce e Onu.

    “La Repubblica” invece, dopo aver dato pochissimo spazio alla situazione bosniaca nella settimana precedente con soli due trafiletti il 27 febbraio e l’1 marzo, finalmente usciva il 3 marzo con un lungo articolo di Dino Frescobaldi a riguardo.
    Il però in realtà si concentrava principalmente sui trascorsi storici della Bosnia definendola storicamente come “uno dei punti più delicati e contesi della politica internazionale”, tentando di dimostrare come lo scontro tra croati cattolici e serbi ortodossi avesse portato infine alla nascita di una Repubblica Islamica in Europa, pericolosamente collegata, tramite Sangiaccato, Kosovo, Macedonia e Bulgaria, alla sua vera protettrice diretta: Ankara.
    L’unico spunto interessante di Frescobaldi riguardava invece il futuro del Kosovo, del quale sottolineava le disperate condizioni della maggioranza albanese, praticamente sotto occupazione militare serba a partire dagli scioperi repressi nell’89, situazione che Frescobaldi definiva profeticamente “un’altra miccia nei sempre più inquieti Balcani.”.

    Per quanto riguarda “Il Popolo”, il 3 marzo veniva presentato un breve articolo intitolato “Bosnia, dopo il referendum ore di tensione” dove si riferivano la probabile vittoria degli indipendentisti, l’erezione di barricate serbe e di presunte contro barricate musulmane, ma anche le dure dichiarazioni di Karadžić, determinato a rifiutare il referendum e riprendere i negoziati sul futuro della Bosnia.
    Nonostante il titolo dedicato alla Bosnia però, almeno metà dell’articolo si concentrava invece sulla situazione in Croazia, nella quale venivano segnalate sporadiche violazioni della tregua, e sull’altro referendum della zona balcanica, quello in Montenegro.

    Infine “L’Unità” affrontava la questione bosniaca con un articolo di Toni Fontana, il quale dopo aver parlato dei risultati ufficiosi del referendum, degli scontri e delle barricate, si differenziava dai propri colleghi definendo senza mezzi termini “un ricatto esplicito ai dirigenti della repubblica” la richiesta di Karadžić di fermare il processo di indipendenza per vedere in cambio smobilitate le barricate erette dai serbi.
    Fontana ricostruiva poi abbastanza chiaramente le dinamiche dell’incidente al corteo funebre di domenica, e di come questo avesse scatenato i serbi, provocando già una decina di morti.
    In seconda pagina però, “L’Unità” presentava anche un interessante editoriale di Adriano Guerra, firma storica del quotidiano, intitolato esplicitamente “Il rischio Bosnia”. Guerra sosteneva infatti che la Bosnia avesse la necessità assoluta di diventare uno Stato sovrano “per il pericolo di essere inglobata nella grande Serbia o di essere divisa tra la Serbia e la Croazia”, rischiando quindi di vedere la propria integrità territoriale minacciata, sia da una situazione di guerra, come da una di pace. Ma quello di diventare Stato sovrano per la Bosnia era un obiettivo da perseguire, secondo il giornalista, anche e specialmente perché era stata questa la richiesta della maggioranza della popolazione che si era espressa tramite il referendum.
    Guerra però poi aggiungeva che, data la multietnicità della Bosnia, una sua spartizione non sarebbe stata praticabile, e che nel nuovo Stato unitario avrebbero dovuto quindi essere tutelati i diritti di tutte le minoranze, per far sì che gli altri stati potessero riconoscerlo internazionalmente. Purtroppo, Guerra non poteva prevedere che un’immane “pulizia etnica” avrebbe esattamente reso praticabile la spartizione del paese balcanico.


    I quotidiani mercoledì 4 marzo 1992
    Anche mercoledì 4 marzo tutti e otto i quotidiani pubblicarono articoli sulla situazione bosniaca, ma l’intervento più lucido e disincantato fu senz’altro quello di Eros Bicic sul “Corriere della Sera”.
    Il giornalista sloveno infatti, dopo aver annunciato lo smantellamento a Sarajevo delle barricate durate ben 36 ore, informava i lettori italiani di non pensare che il pericolo di un conflitto fosse passato, ma che bensì la Bosnia si trovava ormai sull’orlo della guerra civile.
    Bicic criticava poi l’accordo stipulato dal presidente Izetbegović con il segretario del Partito democratico serbo Rajko Duji , ed in particolare condannava, unico tra gli articoli apparsi nei giornali italiani, il comportamento del leader musulmano. Costui infatti, accettando l’accordo si era reso colpevole secondo il giornalista di aver lasciato che i serbi ottenessero tutto ciò che avevano richiesto nel loro ultimatum, ossia che il referendum venisse interpretato “soltanto come l’espressione della volontà politica di due dei tre popoli” mentre “l’assetto interno della Repubblica verrà definito nelle trattative fra i tre popoli con la mediazione della Cee” e che sarebbero stati infine ristrutturati gli organismi dirigenti della radio-televisione bosniaca, così come delle forze di polizia.
    Il giornalista sloveno sottolineava poi che la marcia spontanea per la pace svoltasi lunedì sera per le vie di Sarajevo era stata interrotta da raffiche di mitra provenienti da una barricata, ma che al tempo stesso essa dimostrava come “i cittadini non potevano più sopportare gli effetti di un’azione che non capivano, che fino ad allora avevano ritenuto impossibile.”.
    Bicic infine, dopo aver ricordato che Izetbegović e Duji avevano subito delegittimato il loro appello a sospendere le ostilità riprendendo immediatamente a scambiarsi accuse sugli eventi riguardanti il corteo nuziale di domenica 1 marzo, terminava l’articolo ammonendo che le barricate smantellate a Sarajevo venivano invece contemporaneamente innalzate per tutte le province di Bosnia, e concludeva con parole tanto lugubri quanto veritiere, affermando che si trattava di “cose già viste nella guerra in Croazia prima maniera. Stessi metodi, stessi obiettivi.”.

    Anche “Il Giornale” in apertura del proprio articolo riferiva subito di scontri avvenuti in provincia, e più precisamente a Bosanski Brod, vicino al confine croato, con alcune vittime dovute ad un conflitto a fuoco tra membri della difesa territoriale serba e polizia bosniaca.
    Il quotidiano di Montanelli riferiva poi di come l’annuncio dato da una televisione locale a riguardo di squadre di cetnici, gli estremisti paramilitari serbi equipaggiati da Belgrado, che sembrava si stessero dirigendo su Sarajevo, avesse svuotato in pochi minuti le strade della città. La notizia si era rivelata in seguito fasulla, ma “Il Giornale” non aveva comunque riportato nulla a questo riguardo, lasciando supporre che potesse anche essere vera.
    Dopo aver illustrato dunque i termini dell’accordo temporaneo tra i rappresentanti politici di musulmani e serbi, il quotidiano conservatore lasciava spazio alle dichiarazioni di Izetbegović e del suo ministro degli esteri Silajdžić, che accusavano i serbi, a ragione, di aver preparato da tempo le barricate per poi tentare di farle passare come una reazione spontanea. Solo alla fine dell’articolo si annunciava che le barricate a Sarajevo erano state rimosse, ma che non era stato fatto altrettanto nel nord del paese ed in Erzegovina.

    L’articolo del “Popolo” di mercoledì 4 marzo ricalcava invece precisamente tutti i fatti riportati in quello del “Giornale”, anche se con un ordine diverso, ma spesso con parole identiche, presumibilmente un segnale dell’utilizzo della stessa notizia della medesima agenzia di stampa, senza alcuna aggiunta di un lavoro giornalistico. L’unica differenza riscontrabile tra i due articoli stava nelle poche righe utilizzate dal “Popolo” per ricordare gli esiti negativi dei tre incontri che si erano già svolti in precedenza tra i rappresentanti delle componenti etniche bosniache sotto gli auspici della Comunità Europea.

    “L’Osservatore Romano” invece si rifaceva dell’informazione lacunosa fornita nei giorni precedenti con un lungo articolo in prima pagina.
    Il quotidiano della Santa Sede dava risalto innanzitutto alla marcia per la pace svoltasi a Sarajevo, praticamente in concomitanza con l’annuncio dell’accordo tra i rappresentanti politici delle etnie del paese, ma ricordava anche che secondo diversi osservatori con tale accordo non era stato scongiurato il pericolo di una nuova escalation di violenze. L’Osservatore riportava poi i risultati ufficiali del referendum, sottolineando come in base ad essi fosse chiaro che anche parte dei serbi aveva votato a favore dell’indipendenza, e ricordava anche l’inquietante collocamento di 180mila soldati federali nella repubblica, principalmente serbi, la cui “presenza potrebbe contribuire a far precipitare la situazione in Bosnia Erzegovina “.
    Il quotidiano della Santa Sede infine, dopo un breve riferimento alle situazioni di Montenegro e Macedonia, ricordava che i caschi blu dell’Onu sarebbero dovuti arrivare proprio a Sarajevo entro una settimana, e che i ministri degli esteri della Ce si sarebbero riuniti il 7 aprile per riesaminare la situazione bosniaca, senza mancare di ricordare tra l’altro come fosse stata la stessa Comunità europea a richiedere un referendum per riconoscere l’indipendenza della Repubblica.

    Sull’”Unità” era ancora Toni Fontana ad occuparsi della Bosnia, riportando le medesime notizie di cronaca degli altri quotidiani, ma dando all’articolo un taglio più popolare tipico del quotidiano di sinistra, sottolineando cioè la spontaneità della marcia per la pace ed il suo essere composta prevalentemente da giovani, con i partecipanti che venivano definiti nel testo come “dimostranti in corteo”.
    Inoltre Fontana riferiva di come le accuse lanciate ai serbi sul fatto che le barricate fossero state preparate da tempo erano state confermate dal principale quotidiano di Sarajevo “Oslobođjenje”, e più precisamente da un editoriale scritto da “un’intellettuale serba non nazionalista”, Gordana Knežević. Fontana spiegava infatti che la Knežević aveva attaccato Karadžić, sostenendo che la morte dell’uomo al corteo nuziale domenica 1 marzo fosse stata architettata, in quanto non era mai capitato prima di allora che un matrimonio serbo si festeggiasse per le vie di un quartiere musulmano, e per di più sventolando bandiere ortodosse.
    Inoltre dell’omicidio erano stati accusati non persone comuni ma tre criminali, due musulmani e un croato già noti alla polizia, fatto strano secondo la Knežević, anche se non si spingeva fino ad accusare apertamente Karadžić di averli assoldati.
    Quindi Fontana sintetizzava di come il quotidiano bosniaco affermasse che si fosse trattato “di una provocazione ben orchestrata per far esplodere la protesta dei serbi sconfitti dalla partecipazione massiccia al referendum”.

    L’articolo di “Repubblica” iniziava invece riportando la notizia dei miliziani serbi che si sarebbero diretti la sera precedente verso Sarajevo, con i musulmani della città che avevano dunque in risposta sgomberato le strade e organizzato le difese, ma poi il quotidiano di Roma, a differenza del “Giornale”, annunciava che si era trattato di una voce infondata, e che questo esempio bastava a dimostrare il caos in cui si trovava la Bosnia in quei giorni.
    Il quotidiano di Scalfari riferiva poi delle diverse località del paese in cui erano avvenuti scontri a fuoco, o nei quali erano ancora in piedi blocchi stradali serbi, e sottolineava come l’accettazione di Izetbegović delle richieste serbe fosse una chiara apertura al dialogo, anche se quest’ultimo aveva affermato che non sarebbe stato messo in discussione il risultato referendario.

    Ma se “Repubblica” titolava il suo articolo “Bosnia verso la guerra, assedio a Sarajevo” sull’opposto versante politico il “Secolo d’Italia” si concentrava invece sui risultati del referendum, titolando “Il popolo vuole la Bosnia indipendente”, anche se poi per circa metà dell’articolo si riferivano notizie riguardanti la Croazia e le violazioni serbe della tregua in quella repubblica.
    Il resto del testo riportava dunque la notizia dell’edizione straordinaria del quotidiano “Oslobođjenje” di Sarajevo che accusava i serbi di premeditazione nella costruzione delle barricate, notizia riportata quindi soltanto da “Secolo” e “Unità”, anche se palesemente fondamentale per dare credibilità alle accuse dei leader musulmani. Infine l’articolo del quotidiano del MSI si differenziava dagli altri affermando che durante la marcia spontanea dei cittadini di Sarajevo non vi erano stati solo feriti ma bensì anche un morto.

    “La Stampa” invece, potendosi avvalere di una corrispondente sul campo, dimostrò la copertura migliore della crisi a Sarajevo con due articoli che, seppur scritti a poche ore di distanza, si rivelavano molto differenti.
    Il primo era intitolato “A Sarajevo una tregua piena di misteri”, dove la giornalista croata Ingrid Badurina segnalava la rimozione delle barricate e la marcia pacifica nella capitale, anche se evidenziava di come aleggiasse ancora l’incubo della guerra civile sulla città, mentre poi riportava le dichiarazioni di Izetbegović a riguardo dell’accordo coi serbi, accordo che tra l’altro nelle province a maggioranza serba non era stato ancora accettato.
    La corrispondente croata formulava anche una teoria interessante ma totalmente errata, secondo la quale il mancato intervento in questa crisi da parte dell’esercito federale, e soprattutto il fatto che non si fosse schierato a fianco dei serbi, era un chiaro segnale di come la situazione della Bosnia fosse radicalmente diversa da quella di Slovenia e Croazia. Infatti, secondo Badurina, i generali dell’Armata sarebbero stati consapevoli del fatto che in una Bosnia indipendente avrebbero potuto approfittare dei molti posti di lavoro in ambito militare necessari al nuovo Stato, che tra l’altro era anche proprietario delle maggiori industrie militari della ormai ex-Jugoslavia, mentre l’alternativa di uno scontro armato secondo la giornalista non li avrebbe entusiasmati visti i recenti trascorsi nelle Repubbliche vicine, ed anche perché avrebbero rischiato un vero e proprio bagno di sangue.
    La corrispondente della “Stampa” non poteva ovviamente immaginare quanto si stesse ingannando.
    Il secondo scritto del quotidiano torinese pubblicato poche ore dopo titolava invece “Riesplode Sarajevo, notte di terrore”, ma in questo caso Badurina, dopo aver riferito di una nuova mobilitazione nella sera di martedì 3 marzo nella capitale bosniaca, con barricate erette dai musulmani in attesa dei cetnici di Arkan che vi si stavano presumibilmente dirigendo, riportava parte della conversazione telefonica che Izetbegović e Karadžić avevano avuto in televisione sempre nella tarda serata di martedì.
    Di questo drammatico confronto, riportato anche dalla Bbc in un suo storico documentario del 1995, Badurina selezionava alcune parti della discussione dove i due politici si scambiavano accuse su chi avesse iniziato la nuova mobilitazione per le strade di Sarajevo, ma soprattutto riportava le parti dove Karadžić, dopo aver affermato che i serbi non avrebbero mai attaccato per primi, dichiarava che erano stati gli stessi serbi della città a chiamare i paramilitari, e che se i musulmani non si fossero fermati, la Bosnia sarebbe diventata peggio del Libano.
    Badurina concludeva infine il suo articolo annunciando che sembrava essersi raggiunto un accordo tra le parti tramite il generale Kukanjac, che avrebbe posto l’esercito federale come mediatore e garante della tregua.


    I quotidiani giovedì 5 marzo 1992
    Il giorno successivo quindi, giovedì 5 marzo, i quotidiani italiani uscivano con le notizie delle nuove tensioni a Sarajevo, anticipate il giorno precedente dalla “Stampa”.

    “Il Giornale” ad esempio, spostando il proprio inviato Luciano Gulli da Belgrado alla capitale bosniaca, usciva finalmente con un articolo originale, nel quale il giornalista, seppur utilizzando toni sprezzanti nei confronti di musulmani e croati, che a suo dire avevano pensato “con il loro referendum per l’indipendenza di mettere in un angolo la minoranza serba” ed “umiliarne le ambizioni federaliste”, affermava poi senza indugi che l’insurrezione dei giorni precedenti era stata completamente pianificata dai serbi. Gulli riferiva poi la propria opinione su Karadžić ed il suo seguito, dopo averli visti all’hotel Holiday Inn nel quale alloggiavano sia i giornalisti che il leader serbo, affermando che si trattava di “facce patibolari, ex clienti per lo più del leader serbo locale, che di professione fa lo psichiatra e sa quali corde toccare per suscitare gli istinti primordiali di masse fanatiche”.
    Dopo queste descrizioni non prive di giudizi dunque, Gulli riportava il collegamento telefonico avvenuto martedì sera tra Izetbegović e Karadžić, e riferiva del ruolo di garante assunto dall’armata federale nell’accordo raggiunto in seguito, armata che si mostrava ancora equidistante dalle parti per una pura questione di sopravvivenza, in quanto secondo Gulli se fosse stata cacciata dalla Bosnia sarebbe stata troppo grande per rappresentare le sole Serbia e Montenegro, e avrebbe rischiato un parziale smantellamento.
    L’inviato del “Giornale” concludeva ricordando però che in alcune zone del paese molte strade erano ancora bloccate, e che l’inviato dell’Onu Cyrus Vance, dopo essere stato il giorno precedente a Belgrado per parlare con Milošević, si sarebbe recato a Sarajevo proprio giovedì stesso.

    L’articolo di Bicic sull’edizione del “Corriere” del 5 marzo invece iniziava sostenendo che le raffiche di mitra, le barricate, le voci e le smentite che circolavano a Sarajevo, avevano fatto perdere la fiducia alla popolazione della città, ormai pronta a darsi al panico ad ogni minima notizia.
    E proprio per questo Bicic affermava che la falsa notizia circolata martedì sera, cioè che “duemila serbi armati” si stessero dirigendo da Pale verso Sarajevo, era stata così facilmente e immediatamente accettata come vera.
    D’altronde anche la notizia che la spedizione sarebbe stata una rappresaglia per l’uccisione di alcuni serbi, fra cui due bambini, avvenuta a Pale nel pomeriggio, si sarebbe rivelata altrettanto falsa. Ma Bicic riportava anche di come, mentre a Sarajevo veniva raggiunta una tregua con la mediazione del generale Kukanjac, a Bosanski Brod riprendevano invece i combattimenti con l’utilizzo anche di mortai.
    Infine Bicic, a differenza di Gulli sul “Giornale”, riferiva che Vance nonostante gli ultimi sviluppi aveva confermato da Belgrado l’arrivo a Sarajevo dei caschi blu previsti dall’ONU.

    Il “Secolo d’Italia” invece focalizzava il suo articolo del 5 marzo sulle dichiarazioni dell’ambasciatore americano Warren Zimmermann, titolando infatti “Gli Usa tendono la mano alla Bosnia”. Il quotidiano di destra riportava quindi le forti dichiarazioni di Zimmermann, che affermava che il suo governo era a favore della sovranità della Bosnia e che gli incidenti di quei giorni erano “responsabilità del partito serbo della Bosnia e della leadership di Slobodan Milošević”.
    A seguire venivano riportate le dichiarazioni di Izetbegović, che si sarebbe sentito a questo punto in qualche modo coperto a livello internazionale secondo il “Secolo”, e per questo aveva dichiarato che la situazione era ormai sotto controllo e che auspicava che le truppe federali si sarebbero integrate con quelle bosniache, oppure avrebbero abbandonato il paese. Il “Secolo” dedicava invece solo le ultime righe alla smentita notizia di reparti di cetnici serbi diretti verso Sarajevo, ma sosteneva invece che le pattuglie miste di soldati federali e di poliziotti delle tre etnie circolanti nella città fossero in qualche modo un elemento incoraggiante.

    “L’Osservatore Romano” parlava invece della Bosnia all’interno di un articolo che dedicava la prima parte alla situazione del conflitto serbo-croato, per poi concentrarsi su Sarajevo e su come l’esito del referendum non avesse risolto “il nodo principale, quello della contrapposizione etnica”.
    Il quotidiano della Santa Sede ricordava poi la falsa voce che aveva circolato per la capitale bosniaca sull’arrivo degli estremisti serbi, e sottolineava come la concentrazione di militari nel paese fosse motivo di ulteriore inquietudine per le sue sorti. In conclusione l’”Osservatore” ipotizzava come soluzione alla questione bosniaca una di quelle già paventate negli incontri organizzati dalla Ce, ossia “una confederazione cantonale su base etnica, sul modello elvetico” anche se ammetteva che le prospettive dell’accordo restavano incerte.

    Su “Repubblica” l’articolo di Arturo Zampaglione presentava quello che sarebbe stato il viaggio nell’ex-Jugoslavia dell’inviato speciale dell’Onu Cyrus Vance per parlare della situazione in Bosnia, “mosaico etnico dentro al mosaico jugoslavo” secondo le parole di Zampaglione.
    Oltre a riportare però i fatti di cronaca, principalmente quelli di Sarajevo e Bosanski Brod, il giornalista si focalizzava sui problemi che stavano impedendo l’arrivo dei quattordicimila caschi blu previsti per l’ex-Jugoslavia.
    Zampaglione infatti riferiva che solo 240 soldati sarebbero arrivati nei giorni successivi, mentre il resto del contingente avrebbe dovuto aspettare che Washington accettasse e pagasse il nuovo preventivo della missione presentato dal segretario generale dell’Onu Boutros Boutros-Ghali, dopo che il primo gli era già stato bocciato. Zampaglione quindi era l’unico a riportare nel dettaglio la situazione sull’organizzazione delle forze di pace internazionali, e accusava inoltre anche parte del personale dell’Onu di essere contrario alla missione e di mettere in atto tentativi di ostacolarla, riferendosi in particolare al responsabile delle operazioni di pace Marrack Goulding. Infine l’articolo si chiudeva con un riferimento alle dichiarazioni di Vance a Belgrado, il quale escludeva che fosse “ipotizzabile un allargamento della operazione di pace anche alla Bosnia”.

    Anche “La Stampa” infine, come “Repubblica”, non riferiva nel dettaglio degli accordi raggiunti al culmine della tensione tra Karadžić e Izetbegović nella sera di martedì 3 marzo, ma il quotidiano torinese a differenza di quello romano li aveva già affrontati approfonditamente il giorno prima.
    L’articolo sulla “Stampa” si concentrava quindi su alcuni episodi di tensione avvenuti fuori da Sarajevo, e soprattutto sul fatto che a Banja Luka, nella cosiddetta Krajina bosniaca, i serbi avevano preso il controllo di tutte le istituzioni locali. Nell’articolo, scritto sempre da Ingrid Badurina, si riferiva inoltre di come la Bosnia avrebbe potuto seguire rapidamente il destino di guerra della Croazia, in quanto anche lì “i serbi sostengono di essere minacciati e tirano su le barricate per difendersi dal pericolo del nuovo Stato Islamico”.
    Badurina poi concludeva l’articolo contraddicendo però la sua stessa tesi sulla presunta neutralità dell’armata federale in Bosnia, tesi sostenuta nel primo articolo del 4 marzo, e si contraddiceva affermando che fosse stato proprio l’esercito a rifornire di armi e viveri le barricate serbe, esercito che era diventato inoltre la chiave della situazione ponendosi come garante della tregua.

    Né “Il Popolo”, né “L’Unità” presentavano invece articoli sulla Bosnia nell’edizione di giovedì 5 marzo, forse preferendo aspettare il delinearsi di una situazione più comprensibile da riferire o magari semplicemente in base a una scelta di gerarchizzazione delle notizie estere, essendoci in quei giorni un vertice tra Stati Uniti e Russia, una votazione delle primarie americane e una fase calda nei negoziati di pace arabo-israeliani.


    Conclusioni
    In questa prima fase di avvio di quello che sarà il conflitto in Bosnia Erzegovina, con le prime sparatorie, le prime barricate, ed anche i primi morti in territorio bosniaco, i quotidiani italiani analizzati non concedettero molto spazio alla questione delle rivendicazioni di indipendenza bosniache.
    Questo fu vero almeno fino a quando domenica 1 marzo, a referendum ancora in corso, il primo omicidio avvenuto a Sarajevo, ossia quello di un cittadino serbo durante un corteo nuziale, spostò decisamente l’attenzione delle sezioni estere dei quotidiani dal conflitto serbo-croato, ufficialmente in una fase di tregua internazionale ma in pratica sempre acceso, a Sarajevo ed alla Bosnia, polveriera multietnica nel cuore dei Balcani.

    In generale, chi si avvaleva di un corrispondente, come il “Corriere della Sera” con il giornalista sloveno Eros Bicic o “La Stampa” con la giornalista croata Ingrid Badurina, risultava non solo più aggiornato sul susseguirsi degli avvenimenti, ma anche più conscio della reale situazione che si viveva nelle città bosniache ed a Sarajevo in particolare.
    In questa fase, che precedette di poche settimane lo scatenarsi del conflitto vero e proprio anche in Bosnia, un ulteriore differenza nelle modalità con cui venivano riportate le notizie dai giornali italiani stava sicuramente anche nel fatto dell’avvalersi o meno di un giornalista che presentasse un’opinione sugli avvenimenti in corso.
    Questo perché alcune testate come “Il Popolo” e il “Secolo d’Italia”, ma in alcuni casi anche “L’Unità”, “L’Osservatore Romano” e “Il Giornale”, utilizzavano le notizie delle agenzie di stampa senza sforzarsi troppo di lavorare sull’articolo, e facendo riscontrare almeno due casi palesi di copiatura senza modifica alcuna dalla stessa fonte, mostrando così un quadro sconsolante sull’interesse da loro riservato alla Bosnia Erzegovina.
    Del resto anche “La Repubblica”, pur avvalendosi sempre del lavoro di un giornalista, diede poco spazio all’evolversi degli eventi, preferendo spesso dare un taglio più internazionale alle notizie riguardanti i Balcani, e riferendosi alla situazione jugoslava nel suo insieme, concentrandosi quindi sul dispiegarsi della diplomazia delle Nazioni Unite e della Comunità europea.

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