Crimini di guerra


Presentazione

Itinerari

Documenti

Immagini

Collegamenti

Autori

       
Un pezzo nascosto di storia italiana del Novecento
La politica e la guerra sporca dei generali italiani in Slovenia e Dalmazia

Gli alti comandi italiani esprimono una propria analisi politica e una gestione esclusivamente militare e repressiva dei territori occupati o annessi?

Dall'analisi dei documenti redatti dai generali, presenti negli archivi storici anche dell'Esercito, questa ipotesi prende la consistenza di una certezza.

Giorgio Rochat, lo storico che più ha analizzato lo sviluppo e le vicende dell'esercito italiano nel corso del Novecento, ha voluto ribadire che "i rapporti tra forze armate e regime fascista possono essere sintetizzati col termine di “alleanza”", aggiungendo che "ciò suppone un'interpretazione del regime (accettata dalla maggior parte degli studiosi) che ne limiti la capacità di dominio e trasformazione delle strutture della società e dello Stato".

L'immagine di un esercito monarchico obbediente esecutore di ordini del fascista Mussolini, a cui andrebbero addebitate tutte le colpe per crimini di guerra e contro l'umanità durante le guerre coloniali ed il secondo conflitto mondiale, è storicamente infondata.

L'analisi politica e le conseguenti scelte repressive nei confronti delle forze partigiane e delle popolazioni occupate sono elaborate dai generali e successivamente avvallate da Mussolini; a queste decisioni le autorità civili fasciste si devono adeguare.

La tendenza dei militari ad invadere lo spazio della politica provoca conflitto e frattura con l'amministrazione civile fascista nei territori ex-jugoslavi. Ma di fronte alla crescita del movimento partigiano sloveno e croato, Mussolini appoggia i generali.
Per la Slovenia il bando di affidamento della gestione dell'Ordine Pubblico all'esercito di occupazione viene firmato da Mussolini il 19 gennaio 1942.

Dai documenti redatti dall'Alto Commissario Emilio Grazioli, già federale di Trieste, dal maggio 1941 nominato da Mussolini massima autorità politica della nuova provincia del Regno ovvero di Lubiana, ma anche da quelli dei generali Roatta, Robotti e Gambara, emerge un conflitto che non si limita ad una lotta di potere per chi deve gestire la repressione contro il Fronte di Liberazione, ma che parte da una diversa visione politica del rapporto tra vincitori e vinti, tra razza dominatrice e popolazione assoggettata: esclusivamente repressiva e marcatamente razzista quella dei militari, non certo benevola, ma più consapevole del bisogno anche di una gestione politica del territorio e dei rapporti con la popolazione, quella di Grazioli.

Nei documenti redatti dal gen. Orlando (comandante della divisione Granatieri e quindi responsabile militare di Lubiana e dintorni) e fatti propri dai comandanti superiori, emerge chiara la convinzione razzista dei generali italiani: essi credono di avere a che fare con una popolazione culturalmente arretrata, che rifiuta la civilizzazione generosamente offerta dall'Italia e che si fa, più o meno ingenuamente, fuorviare da pochi capi comunisti e dagli ebrei, appoggiati dai Russi e dagli Inglesi.

E' comunque l'analisi della situazione in Slovenia, che assume caratteri preminentemente politici, a porsi al centro della memoria del gen.Orlando (integrata dal gen.Robotti e così inviata al comando dell II Armata alla fine del novembre 1942) e successivamente del Progetto di epurazione della città e della provincia di Lubiana dagli elementi sovversivi redatto sempre da Orlando (inviato a Robotti, suo diretto superiore, il 3 giugno 1942).

In questo secondo documento si scrive che i dirigenti del Fronte Liberatore sloveno sarebbero "molto pochi e ... tutti ben noti comunisti ..." per i quali "... si deve procedere inesorabilmente alla fucilazione ...", mentre "gli esecutori materiali" (anche questi da fucilare) sono "per lo più delinquenti comuni o giovani quasi irresponsabili di tutte le gesta criminose ...".
La "massa di manovra del movimento ribelle" quindi sarebbe composta da studenti-disoccupati senza famiglia, disoccupati, ex-militari del disciolto esercito jugoslavo, braccianti e contadini senza una propria azienda agricola, gente "... che tutto aveva da guadagnare tentando l'avventura, si buttò nelle bande con la segreta speranza di vivere di rapina senza fatica e di precostituirsi per il prossimo avvenire una posizione di privilegio nella patria liberata dallo straniero. E' chiaro che togliendo tempestivamente di mezzo questa variopinta massa di disoccupati sarebbe sottratta dalle mani dei capi la materia prima con la quale essi intendevano confezionare rivoluzione. ...".
Una considerazione specifica è poi dedicata ai fuoriusciti politici dalla Venezia-Giulia a partire dal "... 18 ottobre del 1922, quando con l'avvento del fascismo fu stroncato il movimento comunista sloveno di Trieste e Gorizia e dintorni, ... dovendosi particolarmente al loro fervore anti-italiano, l'inquinamento politico di Lubiana.".
Secondo Orlando, quindi "... è necessario eliminare: tutti i maestri elementari, tutti gli impiegati comunali e pubblici in genere (A.C., Questura, Tribunale, Finanza ecc.), tutti i medici, i farmacisti, gli avvocati, i giornalisti, ... i parroci, ... gli operai, ... gli ex-militari italiani, che si sono trasferiti dalla Venezia Giulia dopo la data suddetta".

Orlando, intende l'eliminazione della massa di manovra attraverso la deportazione di migliaia di uomni nei campi di concentramento, che i comandi militari hanno aperto e stanno aprendo in Italia e in Dalmazia per sloveni e croati.

E a proposito di razza, la differenza tra dominatori e dominati deve essere chiaramente visibile per Orlando, che dispone che gli italiani residenti a Lubiana siano trattati con deferenza nel corso dei rastrellamenti operati da propri reparti.

Quindi per Orlando ed i generali italiani la soluzione della questione jugoslava viene "soltanto dall'impiego della forza, che senza indecisioni, intervenga, giusta, inesorabile, immediata a reprimere ogni manifestazione di banditismo od atto di rivolta".

I militari devono operare con decisione: "nelle zone nelle quali si sa o si suppone che vi siano dei ribelli, e si agisca decisamente: rapido censimento, interrogatorio degli elementi sospetti, fucilazione degli indiziati"; queste sono le disposizioni ribadite dal gen. Ambrosio (comandante della II Armata) il 30 dicembre 1941 prima di passare il posto al gen. Roatta.

Quest'ultimo pianifica la repressione promulgando la circolare 3 C il 1 marzo 1942 (ripubblicata il 1 dicembre 1942).
Roatta successivamente si spinge a proporre ulteriori misure contro i favoreggiatori dei ribelli, soprattutto nei confronti dei parenti: la deportazione e la fame!
L'obiezione politica di Grazioli. che tagliando i viveri ai parenti si stimolerebbe la solidarietà verso costoro creando degli inutili martiri, ferma questo particolare provvedimento contro i civili.

Comunque la pratica dell'affamamento diventa una costante nell'azione repressiva verso i deportati e la popolazione; l'assoluta insufficienza del cibo risulta infatti la prima vera causa delle migliaia di decessi nei campi di concentramento della II Armata a Rab/Arbe come in Italia.
La politica di affamamento e rapina è condivisa e praticata dai comandanti italiani, tra gli altri il gen. Danioni che progetta di: "procedere alla requisizione dei raccolti lasciando ad ogni singolo proprietario il puro necessario per non morire di fame".

Roatta propone inoltre la deportazione "di tutti i disoccupati e degli studenti per farne unità di lavoratori".
E' sempre il comandante della II Armata Slovenia-Dalmazia che prospetta di assegnare a italiani i "beni rurali dei ribelli ... in modo da costituire nuclei rurali tutti italiani di ex combattenti, sopratutto at cavallo linee comunicazioni et presso frontiere".

Roatta, vero tecnico della repressione, dopo la promulgazione della circolare 3 C e quindi la disposizione della fucilazione immediata dei partigiani catturati, impone in Slovenia e Dalmazia la rappresaglia automatica sugli ostaggi civili, nel caso di attentati contro militari italiani o collaborazionisti.
A Lubiana questa decisione viene resa nota attraverso la pubblicazione di un bando firmato congiuntamente dall'autorità militare e civile (Robotti e Grazioli).
E quest'ultimo, ormai allineato alla politica di decimazione dei generali, nel corso di una riunione con i militari il 30 aprile 1942, annuncia che "il DUCE ha approvato in pieno la lettera e lo spirito del bando", e aggiunge riguardo gli ostaggi: "se l'autorità militare non fucilerà lei li fucilerò io".

La repressione contro gli intellettuali (docenti e studenti dall'università alle scuole inferiori) è un altro elemento che caratterizza l'analisi e l'azione dei generali; che individuano nell'intelligenza la colonna portante del movimento partigiano.
Dopo l'internamento in massa degli studenti di Lubiana, intervento da tempo richiesto da Robotti e finalmente annunciato da Grazioli, l'attenzione cade anche sulle insegnanti.
L'11 luglio 1942 Robotti scrive a Grazioli dopo le ennesime "operazioni di rastrellamento ed epurazione politica", effettuate dal 24 giugno al 1 luglio a Lubiana e nella provincia dai reparti di Orlando, che hanno attuato la deportazione nei campi di più di 5.000 uomini (tra i 16 e i 50 anni); il comandante dell'XI Corpo d'Armata lamenta che "il mancato rastrellamento di donne, specialmente insegnanti di scuole medie ed elementari, che hanno notoriamente svolto e tuttora svolgono attiva opera di propaganda comunista e di assistenza ai partigiani, ha prodotto cattiva impressione".
Tempo dopo lo stesso ribadisce il medesimo concetto nel corso di una riunione con Grazioli, il 17.9.1942: "Il nostro nemico è costituito dall'"intelligenza" di Lubiana".

Queste analisi e queste decisioni vengono approvate e sostenute da Mussolini, nella sua veste di comandante supremo delle Forze armate.
In una lettera del Ministro dell'Interno del 24 marzo 1942, si notifica l'approvazione "dei provvedimenti proposti nei riguardi dei familiari di ribelli" da parte del Duce.
Il 23 maggio 1942 Roatta riferisce ai generali sottoposti che "anche il Duce ha detto di ricordarsi che la miglior situazione si fa quando il nemico è morto. Occorre quindi poter disporre di numerosi ostaggi e applicare la fucilazione tutte le volte che ciò sia necessario" e inoltre che "il Duce concorda nel concetto di internare molta gente - anche 20-30.000 persone".
Nel corso di una riunione con i vertici delle Forze armate di Roma e della II Armata, tenuta a Gorizia il 31 luglio 1942, Mussolini approva le analisi e le decisioni di Roatta: "Come avete detto è cominciato un nuovo ciclo che fa vedere gli italiani come gente disposta a tutto, per il bene del paese ed il prestigio delle forze armate ... Non vi preoccupate del disagio economico della popolazione. Lo ha voluto! Ne sconti le conseguenze ... Non sarei alieno dal trasferimento di masse di popolazioni", e riguardo al'assegnazione delle proprietà dei ribelli a famiglie italiane: "Approvo, annunciatelo pure".
A questo si aggiunge la sopracitata approvazione al bando del 24 aprile 1942 proposto da Roatta per la fucilazione degli ostaggi a titolo di rappresaglia.

Dai documenti emerge non la trasmissione/imposizione di un'analisi e di una strategia da parte del capo del fascismo, ma l'avvallo di quella elaborata e attuata dai generali sabaudi.

Infatti il 23 agosto 1943, un mese dopo l'arresto di Mussolini e la caduta del fascismo, colui che è subentrato a Roatta al comando della II Armata, il gen. Robotti, ribadisce con la consueta decisione, l'ordine di fucilare i partigiani catturati armati in combattimento.
E' incontestabile quindi che sono i comandanti dell'esercito italiano che elaborano i piani per la gestione dell'Ordine Pubblico e con i loro reparti attuano la repressione contro i partigiani e soprattutto contro la popolazione civile.

Per questa ragione molti generali dell'esercito italiano e molti loro sottoposti sono stati inseriti nelle liste delle Nazioni Unite come ricercati per crimini di guerra e contro l'umanità.

Sempre per questi motivi (probabilmente, dato che gli archivi militari italiani sui crimini di guerra non sono consultabili) la commissione d'inchiesta per i presunti criminali di guerra italiani (1946-49) ha deferito alla giustizia alcuni di questi generali. Anche se il governo italiano di quel periodo ha fatto di tutto per evitare il processo, che infatti non si è mai tenuto.