Crimini di guerra


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Un pezzo nascosto di storia italiana del Novecento
Santa messa per i miei fucilati

Pietro Brignoli, Santa messa per i miei fucilati.
Le spietate rappresaglie italiane contro i partigiani in Croazia dal diario di un cappellano

Longanesi & C. 1973 Milano

[...]

Città, festa dell'Ascensione 1942

"Sono assai triste. I fatti dei giorni passati mi hanno abbattuto.

Due date memorabili:
7-5-1942: giorno in cui ho ricevuto i miei soldati, morti e feriti; tra i primi il comandante del reggimento.
12-5-1942: giorno in cui ho assistito quattordici fucilati."

Qui mi sarebbe necessario un lungo commento, ma mi sforzerò di essere conciso.
Il giorno 7 maggio essendo stata segnalata una banda di ribelli, il nostro terzo battaglione uscì per dar loro la caccia: incontrò la banda e ingaggiò combattimento: a mezzogiorno da parte nostra, era morto un soldato ed era stato ferito un sottotenente.
Verso le tre del pomeriggio il comandante del reggimento, ch'era stato in caserma, volle uscire per raggiungere il battaglione: gli premeva farlo rientrare prima di sera per una prova, dovendo, il giorno dopo, tutto il reggimento sfilare in città in occasione della ricorrenza della fondazione dell'impero.
Quando arrivò sul posto i ribelli, qua e là, sparavano ancora colpi radi: ciò nonostante fece salire i soldati sugli autocarri e diede il via, neppure sospettando che stesse preparata l'insidia: ma l'imboscata ormai era tesa, e tremenda.
Allorché infatti l'autocolonna giunse in una valle molto stretta, da tutti i versanti fu tempestata dalle mitraglie. Il panico che invase i soldati colti di sorpresa non permise che si organizzasse alcuna difesa: quegli autocarri che non furono danneggiati nei pneumatici proseguirono a tutta velocità ma disgraziatamente, uno si rovesciò ostruendo la via a quelli che seguivano.
Fu un vero macello.
Uno dei trentatré morti fu il comandante del reggimento e tra i cento feriti vi furono parecchi ufficiali. A notte partì il primo battaglione per recuperare i morti e i feriti, ma a mezzo cammino ricevette l'ordine del comando di divisione di non proseguire; all'alba del giorno seguente, quello di prendere quota: di modo che arrivava nel luogo del disastro alle quattro pomeridiane. Non trovò né morti né feriti: alle prime luci dell'alba, un torpedone tedesco, di passaggio per caso, li avevano raccolti e portati all'ospedale della citt´.
Atti di valore autentici: un capitano, nonostante il panico generale, tenta di organizzare la sua compagnia a difesa, ed ha le braccia spezzate da una raffica di mitraglia; un sottotenente, egli stesso ferito leggermente, difende per tutta la notte i feriti e i morti a colpi di bomba.
Quanto ho descritto sopra è doloroso, ma quanto sto per descrivere è dolorosissimo. Vorrei trovare i colori necessari, ma sento che al vivo resterà scolpito solo nella mia anima.
Il primo battaglione dopo la batosta, ricevette l'ordine di restare fuori per rastrellare la zona.
Si catturarono tutti gli uomini validi, nelle case, nei boschi, dovunque si trovarono: risultarono in numero di settanta circa. Poi si procedette a un giudizio sommario; il risultato: quattordici uomini condannati a morte.
Li vedo ancora scendere dall'altura sulla quale erano stati giudicati: disfatti. Lugubre presagio del loro imminente destino, portavano su una barella un morto, fucilato il giorno prima. Dietro venivano le donne, ansiose di vedere che cosa avrebbero fatto ai loro uomini.
Pioveva.
Era stabilito che io apprestassi l'assistenza religiosa ai condannati.
Tuttavia pregai il comandante di battaglione di far venire un prete del luogo per confessarli, non conoscendo io la lingua di quei poveretti. La prima risposta fu un no secco; ma la sera a mensa, ritornai alla carica, e fui esaudito sotto la mia responsabilità.
I condannati che non sapevano ancora con certezza la loro sorte, passarono la notte in una stanza del pianterreno di una casa un po' isolata del paese, sotto la custodia di una squadra di soldati.
Le donne dormirono nelle case vicine e la mattina di buon'ora erano tutte attorno alla prigione: cosicché, quando alle sei e mezzo, portai il sacerdote, queste e quelli ebbero la certezza di quanto stava per succedere.
Avevo scelto, per un ministero tanto delicato, il parroco del paese: un vecchiettino di forse settant'anni. Quando, spiegandogli in latino, riuscii a fargli capire di che si trattava, allibì lo assicurai che al luogo del supplizio li avrei accompagnati io: lui prendesse quattordici particole, e mi seguisse.
Al comparire del sacerdote sull'uscio, quei quattordici uomini... ma chi potrà descrivere i loro volti? Ridire le loro preghiere, i loro pianti, i loro urli? Non avete mai provato a far l'atto di tirare una mazzata mortale sulla testa di un cane, e visto come vi guarda?
Il vecchio parroco incominciò pure a piangere: gli dissi che si affrettasse, e uscii.
Ed ecco, nella tragedia, un episodio quasi buffo.
Appena entrato nella prigione, avevo comandato al sergente, che stava di guardia, di far uscire tutti i soldati e di uscire lui stesso, perché i condannati dovevano confessarsi. Quegli obbedì, ma incipientemente, perché non fece portar fuori le armi cariche (un fucile mitragliatore e undici fucili) e non si accorse dello sbaglio che mezz'ora dopo.
Quando me lo disse, mi credetti perduto.
Spalancai la porta, aspettandomi dal di dentro una scarica: invece quei poveretti stavano, chi inginocchiato ai piedi del confessore, chi in disparte in attesa del suo turno, chi sdraiato bocconi sul terreno a scrivere: quei tapini non avevano neppur pensato che avrebbero potuto servirsi delle armi, lasciate a loro disposizione, per evadere.
E quando mi videro apparire sulla porta, credendomi chi sa chi, e investito di chi sa quali poteri, mi si buttarono addosso, pregandomi di mandarli a lavorare in Italia, a combattere in Russia o in Africa, a fare qualunque mestiere in qualunque luogo: ma di non farli morire, perché avevano genitori, spose, figli. E quando spiegai loro che ero prete, e non potevo far nulla, mi s'inginocchiarono ai piedi, mi abbracciarono le ginocchia: "Signore!... Signore!... Signore!..."
Intanto le donne, fatte allontanare cento volte, cento volte erano ritornate. Non poche tenevano bambini in braccio e per mano, tutte portavano un pentolino e un fagottino per la colazione di chi, fra pochi minuti, avrebbe cessato di vivere.
Lasciai al sacerdote due ore di tempo, perché ognuno potesse, ricevuti i sacramenti, esprimergli tutto ciò che volesse per la sua famiglia.
Quando uscì non sapeva più in che direzione era la sua casa.
Mi disse: "Siete stati molto severi".
Le donne gli furono subito d'attorno, ma le allontanai senza lasciargli tempo di parlare.
Ed eccoci giunti al momento fatale.
Dovevano esser fucilati fuori del paese.
Per non impiegar molta truppa, si era deciso di fucilarli in tre gruppi: cinque, cinque, quattro.
Salgo coi primi cinque sull'autocarretta che ci trasporta a mezzo chilometro dal paese. Si cerca un posto fuori della strada: una valletta a cento metri dalla medesima.
Precedo il funebre corteo. I cinque erano legati assieme da una cordicella. A stento si strascicavano, intontiti, emettendo radi e fiochi lamenti.
Ci siamo.
Si dispone il plotone.
Domando al medico, giovanissimo, pallido come i morituri, le bende: non le aveva. Dico al comandante del plotone, pure giovanissimo e sbiancato, di dare disposizioni precise ai soldati per non far soffrire, oltre il bisogno, i condannati: i soldati borbottano che non è il loro mestiere, che non si sa se quella gente è colpevole ... Devo intervenire io che ho già la stola al collo e il crocifisso in mano ad assicurarli che non hanno responsabilità, a pregarli che sparino bene, se no li faranno soffrire di più, inutilmente.
Faccio baciare a ognuno il crocifisso, e li bacio a mia volta (ed essi, poveretti! benché vestissi la divisa militare, rispondono al bacio); cerco nelle tasche del primo il moccichino e lo bendo, cosi col secondo, col terzo, col quarto; il quinto non l'ha: lo bendo col mio.
Mentre li bendo, ognuno ancora mi prega: "Signore! Signore!"(lo risentirò negli orecchi per l'eternità).
Suggerisco loro le prime parole dell'Avemaria nella loro lingua: la continuano tutti in coro.
Mi volto al comandante del plotone: un ordine.
Mi tiro leggermente da parte: una scarica rabbiosa e quei cinque uomini stramazzano a terra con la preghiera stroncata sulle labbra.
Di mano in mano che impartisco loro l'assoluzione papale e amministro l'estrema unzione, l'ufficiale dà loro il colpo di grazia.
A distanza di un quarto d'ora, gli altri due scaglioni e il ripetersi della cerimonia.
Uno degli ultimi quattro quando, recitando l'Avemaria, giunse alle parole "prega per noi", le ripeté una due, tre, quattro, molte volte con un crescendo continuo che diventò quasi un ululato: "Prega per noi! prega per noi!! prega per noi!!!".

 

L E    O P E R A Z I O N I    M I L I T A R I

Primo ciclo

Qui, per non correre il rischio di calunniare italiani, devo premettere alcune note.
Quando, sotto la pressione delle forze dell'Asse, il governo dei territori in cui noi operammo si sfasciò, e le truppe italiane ne occuparono una parte, gli indigeni applaudirono.
Non che amassero tanto gli italiani da desiderarli come dominatori, ma temevano assai i tedeschi e, tra le due dominazioni, preferivano la nostra, forse anche per la speranza segreta di liberarsene presto, giudicandoci meno forti dei soldati di Hitler.
Ma quando il nostro governo dichiarò la loro regione come provincia italiana (per motivi che facilmente si indovinano, se si pensa alle mire dei tedeschi) essi arricciarono il naso. Non vi furono però, per il momento (sia per disorganizzazione interna, sia per il disorientamento degli spiriti, sia infine, per la paura dei tedeschi), movimenti antiitaliani.
E anche in seguito, per parecchi mesi, non vi furono che degli indizi: sorrisi altezzosi e sguardi di disprezzo all'indirizzo degli ufficiali, non ceder loro il passo sui marciapiedi, qualche gomitata data come per sbaglio.
Gli ufficiali, irritati, avrebbero voluto reagire ma avevano le mani legate perché il governo imponeva la tolleranza, e il governatore della città era disposto a tutto sopportare.
Si arrivò fino al punto di sputare ai piedi di qualche ufficiale, e non se ne fece nulla.
Si arrivò fino al punto di far graziare dal duce condannati a morte per delitti politici.
Questa nostra longanimità, che voleva esser bontà, fu interpretata come paura, e i segni di ostilità crebbero, e si arrivò fino ad atti di terrorismo.
Questo in città, fino allo scoppio della guerra con la Russia. In provincia, però le cose andavano diversamente. In genere i nostri soldati vi erano rispettati, e anche amati. Ricordo che quando il nostro reggimento lasciò la sua prima residenza la popolazione ci vide partire con molto rincrescimento.
Dopo l'inizio delle ostilità con la Russia, in città la situazione si aggravò. Infatti incominciò un'intensa propaganda comunista, fatta di biglietti buttati nelle strade e nell'interno delle case di notte, di iscrizioni sui muri, di circolari clandestine.
Il governo intensificò a sua volta, la propaganda, la sorveglianza della polizia, prese a processare e a condannare, ma la situazione non fece che aggravarsi fino all'esasperazione.
E peggiorò anche in provincia.
Incominciarono a verificarsi imboscate di ribelli, venuti da non si sa dove, almeno i capi (forse dalla Spagna: certo tra loro non mancavano comunisti italiani e tedeschi: certissimamente tutta la macchina era mossa dall'Inghilterra, che voleva creare un secondo fronte).
E' inutile dire che molti abitanti della città si unirono ai ribelli e, disgraziatamente, anche molti Provinciali.
Arrivò l'inverno: qualche aggressione a piccoli presidi, alcuni dei quali rimasero sopraffatti; qualche interruzione alla linea ferroviaria.
Il comando dell'armata, a questo punto, commise, almeno a mio modo di vedere, un errore madornale: anziché rafforzare i presidi dell'interno, li levò dando l'impressione di paura, e lasciando i paesi della provincia in balia dei ribelli, i quali non stettero con le mani in mano. Anzitutto, con atti di terrorismo, persuasero la popolazione che erano più forti degli italiani; poi cominciarono a svolgere una propaganda tale che quei poveri paesani non poterono non crederci spacciati.
Ogni giorno, al dire della propaganda, uccidevano centinaia e centinaia di italiani, ì quali sarebbero volentieri tornati in Italia, se avessero potuto; le truppe di Stalin stavano per arrivare; sarebbero arrivati anche seicento aeroplani. Tanto che, quando le nostre divisioni si mossero per il rastrellamento, erano convinti che si dirigessero contro le truppe di Stalin.
A primavera le imboscate aumentarono in modo incredibile e il regolare funzionamento delle ferrovie diventò impossibile.
Ogni giorno morti e feriti in quantità.
Allora in alto si decise, senza togliere di diritto il governo civile, di sostituirlo di fatto con quello militare: ed eccoci ai rastrellamenti.

 

16 luglio

"Si esce per le operazioni."

Verso le dieci del mattino la nostra artiglieria e un gruppo di artiglieria alpina aprono un fuoco infernale, da un'altura, su un paesetto nella valle: qualche donna e qualche bambino uccisi: il resto della popolazione fuggita, nei boschi, dove tutti i maschi incontrati dai nostri battaglioni venivano considerati ribelli e trattati di conseguenza.
Per fortuna quella gente ha buone gambe.

 

18 luglio

"Un fucilato."

Si entrò in paese verso sera. Le perquisizioni alle case diedero come risultato: un fucile e un paio di bombe, trovati in un fienile. In quella casa vi erano due maschi, padre e figlio; il primo di sessantacinque anni, il secondo di ventidue: si decise di fucilare il figlio e di lasciare libero il padre.
Non potei assistere quel disgraziato perché, mentre mi portai alla chiesa per prendere il viatico, il comandante del plotone d'esecuzione, per non farlo patire nell'attesa, com'egli si scusò, lo fece fucilare.
Me ne lamentai col comandante del reggimento che mi diede piena ragione, e mi tenne un lungo discorso per convincermi che, nonostante le apparenze in contrario, egli era un uomo di gran cuore.
Gli dissi che gli credevo sulla parola.
Il fucilato fu sepolto; poi dissepolto, perché sepolto in luogo dove poteva inquinare l'acqua; quindi risepolto. In seguito, certo, i parenti lo tornarono a disseppellire, per seppellirlo nel cimitero.
O uomini, pace ai morti!

 

19 luglio

"Altri quattro fucilati nello stesso paese."

Quale la ragione? Molto semplice: un'alta personalità del corpo d'armata venne quella mattina, a far visita al colonnello, e lo rimproverò aspramente perché gli parve che agisse con troppa dolcezza.
I quattro si attaccavano al collo del cappellano e urlavano come belve ferite a morte. Feci amministrar loro i sacramenti dal parroco locale.
Ricorderò sempre l'espressione della sua voce e del suo volto quando mi disse, appena visti i morituri: "Questi?! E non si potrebbe far nulla per salvarli?"
Il colonnello mi permise di seppellirli nel cimitero.
Triste processione quella sera con le quattro barelle.

 

20 luglio

"Diciotto fucilati in un altro paese."

Il nome di questo paesetto di montagna vorrei scriverlo col sangue dei suoi fucilati.
Vi entrammo la sera dopo una marcia tanto disordinata che mi fece dire che i ribelli son poveri ribelli, se no ci avrebbero ammazzati.
Il paese era già stato devastato dalle camicie nere, che vi erano entrate combattendo, e avevano avuto gravemente ferito il centurione comandante del battaglione. A onor del vero i ribelli vi avevan fatto alto e basso: avevan tenuto comizi, fatto sfilate, imbrattato i muri di iscrizioni bolsceviche e di proclami: e i paesani, a quanto si disse, avevano applaudito.
Le camicie nere avevano arrestato tutti i maschi validi che non erano fuggiti: il tribunale di guerra del nostro reggimento, che li giudicò, ne condannò a morte diciotto.
Che cosa successe quando, con la stola, entrai da quei diciotto disgraziati, non tenterò di descriverlo. Dirò solo che, a un certo momento, non riuscendo a calmarli, dissi loro, per mezzo dell'interprete: "Cara la mia gente, se potessi. morirei io per salvar voi, lo farei volentieri; ma non posso proprio nulla: vi assicuro che quel che potevo fare l'ho fatto. Inginocchiatevi, dite l'atto di dolore, e io darò a ciascuno l'assoluzione e farò la santa comunione".
Uno dei diciotto (un bellissimo uomo di trent'anni) impose silenzio agli altri e tenne loro un discorsetto nella loro lingua, alla fine del quale tutti si inginocchiarono, tranne uno.
Impartii a ognuno l'assoluzione e li comunicai. Quando giunsi a colui che non si era inginocchiato, il Sacramento che tenevo in mano certo mi diede un occhio speciale per guardarlo, e quegli, come vinto, pian pianino si inginocchiò. Era l'unico che parlava l'italiano.
Ho già descritto una volta come si fucila il prossimo, e non mi sento di farlo una seconda. Ma non posso esimermi dal far noti alcuni particolari.
Il plotone d'esecuzione era formato da quelle camicie nere che in città fucilavano i condannati politici, dopo ch'eran stati regolarmente processati; il comandante del plotone era il capo-manipolo che in città aveva lo stesso incarico: gente non impressionabile, quindi.
L'uno e gli altri li avevo, per mia disgrazia, già visti agire: i condannati li lasciavano lì stecchiti sul colpo.
Lassù invece il capomanipolo tremava e non dava gli ordini a tempo, le camicie nere pure tremavano e, di quei disgraziati, che vennero in quattro turni, non ne ammazzarono uno: uno anzi del primo turno, lo lasciarono addirittura illeso in piedi. E sentite che cosa successe allora.
Appena avvenuta la scarica, io mi precipito sopra i caduti per l'estrema unzione e la benedizione papale: sennonché mi sento gridare: "Cappellano, via!! via! via!..."e, voltandomi, vedo tutti i fucili puntati sulla mia schiena.
Non avendo io avvertito che uno era rimasto in piedi, penso che vogliano fare una seconda scarica sui caduti, e grido irritato al capomanipolo: "Ma non sai che una seconda scarica non si può fare? Vien qui piuttosto, e dà il colpo di grazia" e incomincio ad amministrare l'estrema unzione, mentre quello mi segue e li finisce.
Quando arrivo all'ultimo mi accorgo ch'è ancora in piedi: quel poveretto aveva assistito a tutta quella cerimonia.
Altro episodio.
Come sempre, anche quella volta, bacio a uno a uno tutti i fucilandi dopo aver loro dato da baciare il crocifisso: quando arrivo a quel tale che con difficoltà si era inginocchiamo per la comunione mi fa cenno di no (era l'unico che non aveva voluto la benda).
Resto un momento interdetto, e poi, avendo intuito, gli dico: "Non importa che rifiutiate il mio bacio (vestivo la divisa militare), però il crocifisso lo bacerete"; glielo porgo e lo bacia.
I militari presenti (i curiosi non mancavano mai) videro il primo gesto di diniego e dissero che aveva sputacchiato sul crocifisso. Si sparse persino la voce che aveva sputato dalla bocca l'Ostia santa e che era... un milanese.
Radiogavetta, desiderosa sempre di propagare notizie sensazionali, anche a costo che siano orribili.

 

23 luglio

"Altri sei fucilati nello stesso paese."

Di questi sei, quattro erano fratelli. Anche questi smaniarono e piansero fino a strappare il cuore. Ma, come per tutti quelli che avevo assistito prima, le smanie durarono per un quarto d'ora circa, dopo ricevuta la notizia e la certezza che dovevano morire e, quando furono portati fuori, erano, almeno in apparenza, calmi.
E siccome i curiosi li vedevano solo allora, ne concludevano che era gente apatica, alla quale, quasi quasi, facevamo un favore ad ammazzarla. Contro tale opinione dovetti più volte reagire, ricorrendo all'unica ragione che spiega quel fatto: "Prova a prenderti una mazzata sul capo, che ti faccia stramazzare: ti assicuro che, quando ti accoppano del tutto, non reagisci più".
Quegli uomini, prima di ricevere la scarica, eran già morti.
Come lasciammo quel disgraziatissimo paese! Lo abbandonammo con una turba di vecchi senza figli, di donne senza mariti, di bambini senza padri, tutta gente impotente, in gran parte privata anche delle case, ch'erano state bruciate, completamente priva dei mezzi di sussistenza (stalle, pollai, campi: tutto era stato spogliato), li lasciammo ignudi a morir di fame.

 

24 luglio

"Santa messa per i miei fucilati. Il paradiso e l'inferno esistono, se no le parole di virtù e di vizio non avrebbero senso, anzi la vita stessa non avrebbe senso alcuno."

 

25 luglio

"Paese dei pitocchi: un fucilato."

Un paese di poveri cenciosi. Che i ribelli vi avevano infierito, i segni erano evidenti: tutti i pali della luce elettrica e del telefono atterrati. Vi furono arrestati tutti gli uomini, e vennero interrogati: poi, parte vennero internati, e parte rilasciati.
Il solito scempio, da parte della truppa, nelle case e nei campi, nonostante il divieto di nulla toccare.
Il fucilando non era del paese, ma era stato mandato a noi, non so da dove, dal comando del terzo battaglione.
Quando dopo averlo avvertito che doveva morire, gli dissero che io ero sacerdote, tirò un sospiro di sollievo tale che mi fece capire la profonda religiosità di quello straccione.
S'inginocchiò spontaneamente e incrociò le mani sul petto.
Anche questo, neppur dopo morto, lo si lasciò in pace.
Il giorno seguente, un nostro plotone di mortaisti transitanti per quel luogo, vedendo la terra smossa, e sospettando che i ribelli vi avessero nascosto chi sa che cosa, scavarono... Poi corsero al comando ad avvertire che i ribelli avevano fucilato un uomo e lo avevano sepolto nel bosco.
Mi venne la tentazione di lasciare un biglietto sulla fossa, con l'avvertimento: "Quando li abbiamo fucilati, lasciamoli almeno dormire in pace".

 

28 luglio

"Anche ai poveri Iddio concede le sue meraviglie. Ho goduto uno stupendo tramonto."

Ricordo il luogo e il paesaggio come se li avessi ancora sotto gli occhi.
In mezzo a tutta quella festa della natura mi domandai come gli uomini fossero tanto dementi da fare la guerra.

 

1 agosto

"Undici fucilati, e paese bruciato: ero assente."

In luglio si marciava in un bosco molto folto di pini. In una gola si trovò la strada interrotta: i ribelli avevan segato, ai margini, forse trecento alberi che, cadendo, l'avevano completamente ostruita; inoltre, in due punti, l'avevano tagliata con fosse profonde.
Naturalmente ci si dovette fermare per ripararla, e qui avvenne, una mezz'ora dopo il nostro arrivo, la morte del sottotenente comandante, credo, del plotone esploratori.
Intrepido, come sempre, fino all'imprudenza, avendo visto muoversi dei cespugli, si era staccato dal plotone dirigendosi a quella volta.
Quando vide degli armati, invece di cercar riparo, avanzò ancora e, estratta la rivoltella, sparò ma nello stesso tempo i ribelli facevan fuoco coi fucili e lo colpivano in pieno petto con due pallottole.
Prima che i soldati potessero reagire, quelli si erano già squagliati. Era però con loro una donna che, più debole, non aveva fatto a tempo a fuggire e ci lasciò la vita.
Queste le prime notizie, diffuse ufficialmente dalle alte autorità del reggimento.
In seguito si disse che il sottotenente era stato ucciso dalla donna, che sarebbe stata sola. Si sparse persino la leggenda che l'aveva ammazzato una donna dalla terrazza di casa, dove stava a prendere il bagno di sole (quasi che, per un ufficiale, fosse un grande onore esser ucciso da una donna in mutandine).
Il giorno dopo vidi i due morti: l'ufficiale era composto, e pareva che dormisse e quasi sorridesse: la donna sfigurata nel volto e nel petto e con le braccia stirate in alto, come certi orribili crocifissi giansenisti.
Decisi di accompagnare al cimitero della città la salma del tenente, ma prima volli seppellire la donna.
Quest'ultima operazione non andava a genio a taluno che mi disse che non le spettava la sepoltura ecclesiastica perché comunista. Per tutta risposta mi misi la stola e mi avviai.
Raccomandai ai soldati di seppellirla con garbo: oltre la tomba non c'è più odio, e qui, per di più, trattavasi di una donna. Quanto è buono il nostro soldato! La seppellirono con pietà materna.

Qualche giorno dopo, di ritorno dal trasporto della salma del tenente in città, seppi che nel paese più vicino all'avvenuta imboscata erano stati fucilati undici uomini, certamente comunisti perché, almeno come mi si disse, il loro parroco li aveva denunciati come tali.
Il parroco era un frate di non so quale ordine. Dopo che li ebbe denunciati ed essi furon condannati, era andato a trovarli in prigione, li aveva esortati a pentirsi dei peccati e li aveva assolti cumulativamente (così mi si disse).
Ma la denunzia delle sue pecore (fatta, vogliamo sperare, nello sforzo di evitare un male peggiore) non gli fruttò bene, perché poco dopo vide il paese, compresa la sua casa e la chiesa, distrutto dalle fiamme.
Veramente era intenzione di chi vi appiccò il fuoco di bruciare solo le case dei fucilati, ma il vento fece il resto. Quando passai tra quelle macerie, donne e bambini stavano inginocchiati dove prima erano le loro case, e recitavano il rosario.

 

5 agosto

"Quattordici fucilati. La mia intercessione: sette più due. Giovanetto che grida: 'Viva l'Italia!' Ho celebrato la santa messa per i miei fucilati."

Anche questo è il nome di uno di quei paesi che vorrei scrivere col sangue dei loro fucilati.
Se ne fucilarono quattordici: cinque non erano del paese, e non seppi nulla della motivazione della loro condanna, escluso il ragazzo del quale dirò in seguito; ma gli altri nove erano del paese, e potei, e dovetti interessarmene.
Infatti la mattina in cui doveva essere eseguita la sentenza, venne da me il brigadiere dei carabinieri che comandava il presidio di quel paese. pregandomi di intercedere presso il comando. Benché convinto che non avrei ottenuto nulla, mi feci forza e andai di buon mattino in cerca di chi di dovere, e gli dissi: "Non si può far nulla per salvare i sette condannati qui del luogo? Il brigadiere dei carabinieri...".
Mi stette a sentire quasi sopra pensiero, e poi: "Parleremo noi col brigadiere dei carabinieri". Uscii quasi convinto di averli salvati, e andai per l'assistenza degli altri cinque.
Li feci confessare e comunicare dal parroco locale; poi la solita funebre autocarretta partì: io feci il tragitto, non lungo, a piedi e, quando giunsi sul posto, in attesa che si ultimassero i preparativi li trovai inginocchiati in due gruppi a pregare. Seguirono le solite scene più i particolari che sto per aggiungere.
Tra i cinque, c'era un giovinetto di forse sedici anni. Come seppi in seguito... (Basta! Se voglio mantenere i propositi, devo saper fare un frego sul manoscritto.)
Quando stavano bendandogli gli occhi, mi dice: "Siccome io sono innocente, voglio essere fucilato per primo": credeva che si facesse una scarica per ciascuno. Io, purtroppo molto più pratico di lui in faccende del genere, lo assicuro che sarà accontentato. Gli faccio baciare il crocifisso, e guardo il comandante del plotone, che dà il primo ordine: "Punt!"
Allora avvenne ciò che nessuno di noi si sarebbe mai aspettato e che Iddio forse volle per punirci: quel bambino si mette ritto sull'attenti, battendo i tacchi alla militare, e grida in lingua italiana: "Soldati, viva l'Italia!" Che potevo fare, se non correr sotto i fucili spianati e abbracciarlo, baciarlo e ribaciarlo? Poco importa se ciò fece per tentare di salvare in extremis la vita.
Dopo la scarica mi voltai, e dissi: "Ora, se non ci spariamo da soli, è perché siamo dei vigliacchi". Nessuno fiatò.
Il sottotenente comandante il plotone d'esecuzione era tanto commosso che sparò il colpo di grazia a uno mentre io gli facevo la croce sulla fronte: "Per istam sanctam unctionem... Caro, noi vediamo qui quanto la vita vale... però se puoi risparmiarmi...": qualche soldato piangeva.
E avesse voluto il cielo che, quella mattina, la tragedia fosse finita.
Ma disgraziatamente era appena incominciata. Infatti, al nostro ritorno al comando, ci si dice che ce ne sono da fucilare altri nove: a questo eran valse le intercessioni coordinate del cappellano e del brigadiere, a far sì che ai sette già predestinati, e per i quali mi si era fatta sperare la grazia, se ne aggiungessero altri due. O, per essere più precisi, se ne era levato uno raccomandato in modo specialissimo per aver avuto la madre fucilata dai ribelli, ed era stato fatto generosamente sostituire da tre altri.
Inutile dire che, in seguito, mi guardai bene dall'intercedere.
E così quella disgraziatissima mattina la tragedia ricominciò.
Io credo di non esagerare se dico che eravamo abbattuti al pari dei morituri: i soldati non volevano più sparare; nessuno più fiatava; e, in quel silenzio, si udivano più strazianti i gemiti dei condannati.
Si pensò di aumentare il plotone per non farli patire, e si costrinsero gli zappatori (diventati, per il periodo delle operazioni, fossori) a imbracciare i fucili: uno scoppiò a piangere; e tutti spararono, nonostante le mie raccomandazioni, male: tanto male, che un condannato della seconda muta (i nove li avevamo divisi in due gruppi), colpito basso, tra il petto e il ventre, restò in piedi, e due fontane di sangue gli scoppiarono dal ventre, e noi, istupiditi, si stette a guardarlo, e a guardarci a vicenda senza saper che fare, per lo spazio eterno di almeno un minuto.
Finalmente cadde, e gli diedero il colpo di grazia.
A proposito del colpo di grazia devo dire che, non poche volte, successero dei veri macelli. Noi si aveva fretta che morissero, perché vederli agonizzare è straziante: ma un uomo, anche se colpito al cuore e al cervello, non cessa subito di respirare: allora un secondo colpo, poi un terzo, poi un quarto: si arrivò a crivellare la testa di uomini, che avevano già ricevuto sei palle al petto, di otto colpi di rivoltella: che Dio ci perdoni questa barbarie della pietà.

 

5 agosto

"Nel paese dalle tre contrade: tutto distrutto, compresa la chiesa."

Delle tre contrade, quella che era al centro era la maggiore e aveva la chiesa (si vedrà subito la ragione di questi imperfetti).
Vi arrivammo la sera del 5, dopo lo scempio. Qui lo scempio era stato fatto alle case: non un tetto in piedi, tanto che comando e comandante dovettero rassegnarsi per qualche giorno (per di più piovve) a stare un po' scomodi.
Si direbbe che in questa guerra, la smania di distruzione si traduce soprattutto in quella di incendiare le abitazioni: i tedeschi incendiano, gli italiani nei Balcani incendiano, l'Inghilterra butta bombe incendiarie su Milano, Genova e altre città d'Italia e di Germania; i giapponesi incendiano: tutto il mondo è in fiamme: e così anche quelle tre belle contrade erano state distrutte dalle fiamme.
Per dire il vero, anche qui i ribelli avevan fatto il diavolo, e i soldati di quella divisione non vi eran potuti entrare che combattendo. Ma, prima dell'arrivo delle nostre truppe, chi c'era a difendere quei poveri contadini? Quale aiuto avevamo dato loro, contro bande armate? Il contadino vuol viver quieto e si schiera subito dalla parte di chi ha la forza: perché il comando delle forze armate non li aveva fatti presidiare a dovere? Per quale ragione dovevano schierarsi, disarmati, dalla nostra parte, contro gente armata? Ma se ci credevano, come diceva loro ogni giorno la propaganda, spacciati!
D'altra parte i nostri comandanti facevano questo ragionamento: distruggendo, noi leviamo anche ai ribelli il mezzo di vivere; spaventando questa gente, più di quanto non siano in grado di fare i ribelli per la minor copia di mezzi, la faremo piegare verso di noi.
Nelle contrade bruciate non un essere vivente: solo in una delle tre, in una minuscola chiesetta, avevano preso stanza una ventina di persone tra donne e bambini.
Un giorno il generale comandante la divisione venne a farci visita e, visti quei tapini, si commosse nonostante la guerra, e ordinò di dar loro un po' di pasta.
Anche la chiesa principale era stata bruciata. Si era voluto diffondere la notizia che l'avevano bruciata i comunisti, ma la verità non tardò a venire a galla: contro la volontà di tutti era stata investita dalle fiamme che avevano divorato la contrada. Quando la vidi spuntare di lontano mi si strinse il cuore: il campanile non aveva più campane; il pinnacolo di lamiera si era tanto piegato che la croce ne era sbalzata in basso; ma il filo del parafulmine l'aveva tenuta sospesa, capovolta, a metà della caduta.

 

8 agosto

"Nel paese dalle tre contrade: tre fucilati al terzo battaglione; l'intercessione del sottotenente tal dei tali. La mamma dei quattro figli con un quinto in seno."

Li confesso e li comunico ed ecco che, mentre mi dirigo col solito corteo verso il luogo del supplizio, mi corre incontro un sottotenente pallido, esterrefatto: "Ma son questi che si fucilano?"mi domanda concitato.
"Come vedi."
"Ma questi due li ho portati io, ma li ho portati solo perché so che tutti devono essere interrogati: son certo che sono innocenti. Sono tedeschi: uno ha quattro figli, e la moglie incinta."
"E che ci posso fare io, caro amico?"
"Ma andate a parlare al comando."
"Inutile!"
"Allora vado io. »
Detto fatto: prende un'autocarretta e via. Io faccio rientrare i prigionieri, con la certezza di doverceli levare fra poco. Difatti il buon tenente ritornò, riferendo che per poco non gli avevan dato gli arresti per aver fatto sospendere la fucilazione.
La moglie di uno dei due, ogni giorno, con quattro bambini d'attorno (bellissimi) e uno in seno, veniva a portare il cibo al marito: continuò a venire anche dopo che il marito era stato fucilato, e i militari la congedavano con una pietosa bugia.
Quanta pena mi faceva quel gruppo quando, la mattina. lo vedevo passare. Pena che si vedeva facilmente anche sul volto dei soldati e degli ufficiali.
Finalmente s'inventò di dirle che il marito era stato internato in Italia. Povera donna, poveri bimbi, dove siete ora? Vi han forse bruciato anche la casa, e portato via il bestiame?

 

8 agosto (pomeriggio)

"Sempre nello stesso disgraziatissimo paese: sette fucilati al primo battaglione. L'intercessione di un comandante."

Questi sette erano stati fermati dal primo battaglione, e il comandante, inviandoli al comando del reggimento, ne aveva vivissimamente raccomandati tre, essendo, a suo giudizio, innocenti. Ma, disgraziatamente, la raccomandazione non fu accolta.
Li preparai a morire nella chiesa bruciata: chiesa bruciata che in breve, sotto la furia delle intemperie, crollerà: uomini condannati, che piangono e che implorano e che, fra pochi minuti, stramazzeranno sotto la violenza del piombo: mondo che, distrutti i principi soprannaturali crolla, trascinando l'uomo nella sua immane rovina.
Una vecchietta, la mamma di uno dei sette (un giovanotto di diciassette anni), come la sposa già menzionata, per parecchi giorni, con un canestrino, continuò a venire in cerca del figlio.
Questa volta feci una piccola vendetta contro i malsani curiosi che non mancavano mai al tristissimo spettacolo (gente del tempo dei ludi): li costrinsi a portare i morti alla fossa.
Da quel giorno non ebbe, lo spettacolo, che gli spettatori necessari.

 

11 agosto

"Un fucilato al terzo battaglione."

Si incominciò col dire che era un capobanda, poi un propagandista.
Verso mezzogiorno, era venuta la moglie per portargli il pranzo: si decise di rimandare di mezz'ora l'esecuzione, perché doveva esser fucilato proprio a quell'ora: era stato rinchiuso in un sotterraneo. Quando vi entrò la moglie, i soldati si affollarono sulla porta per curiosare: li richiamai alla discrezione e li allontanai.
Poco dopo vidi quella donna aggrapparsi con le mani alle spalle del marito: temeva che glielo mandassero in Italia; se avesse saputo che stava già preparato il plotone di esecuzione!

 

12 agosto

"Santa messa per i fucilati (nella chiesa bruciata). Partenza per il paese della nostra prima residenza. Si era deciso, dal comando della divisione, il rientro in città, ma il comando del corpo d'armata vuole continuare le operazioni."

La santa messa, celebrata in quella chiesa, in mezzo a tante fucilazioni (e per i fucilati), non la dimenticherò più.
Quanto alla continuazione delle operazioni, le cose, a quanto pare, erano andate cosi: Mussolini, venuto a Gorizia e radunati i capi dell'armata, avrebbe investito con violenza il comandante della medesima per aver levato i presidi, e rese quindi necessarie le operazioni, venendo così incontro al desiderio dell'Inghilterra di creare un secondo fronte, e lo avrebbe chiamato poco meno che traditore della patria. Il duce avrebbe quindi ordinato di condurre fino in fondo le operazioni già in corso, perché in seguito non se ne parlasse più.
Radiogavetta? Credo un pochino meglio: a ogni modo non posso dare per certo il probabile.

 

14 agosto

"Ho visitato il nostro primo bellissimo paese di residenza: in quale stato è ridotto! Ho rivisto anche i miei piccoli ciechi, che mi hanno fatto molta festa. Ho incontrato due ottimi colleghi: grande sollievo dopo tanto strazio che non potevo dividere con nessuno."

 

17 agosto

"Un fucilato e sette morti in combattimento."

Avevamo finalmente raggiunto la linea di attestamento.
Molte altre unità erano in collegamento coi reparti della nostra divisione, in modo da formare un cerchio strettissimo, dal quale i ribelli non avrebbero potuto evadere.
La mattina del 17, sulla zona che fino allora era stata esclusiva proprietà dei ribelli, le artiglierie scatenarono un fuoco tale, con cannoni di grosso e di piccolo calibro, da far tremare la terra.
I ribelli c'erano per davvero e, per un momento, la sorpresa li disorganizzò, tanto è vero che alcuni nostri soldati prigionieri, approfittando della sorpresa, poterono fuggire e raggiungere la nostra linea quella mattina stessa; così pure poterono fuggire circa duecento studenti di Lubiana, che i ribelli avevano rapito da un treno che li portava in Italia, sganciandone le carrozze, e avevan tenuto per forza con sé, obbligandoli (in conformità al sistema comunista) a lavorare la terra.
Il cerchio era, come ho detto, strettissimo, e si credeva di fare un macello.
La sera del primo giorno un episodio abbastanza modesto, a quel che si aspettava: sette uomini armati tentarono di forzare il cerchio, e furono uccisi.Un ottavo tentò pure di evadere ma non gli riuscì, e cadde vivo nelle mani dei nostri: non aveva fucile, ma portava, a quanto si disse, una pistola, trovata poco lontano dal luogo dove fu catturato, e si suppose da lui abbandonata.
Il comandante, appena gli fu portato innanzi, non lo interrogò neppure, ma ordinò: "Fucilatelo!" e, rivolgendosi a me: "Don Pietro: lo consegno a te".
Era dottore, non so in che materia, era stato impiegato al commissariato (italiano) della città e, in seguito a sospetti, le autorità avevano deciso di internarlo.
Venne a trovarsi, per sua disgrazia, sul treno degli studenti, e cadde nelle mani dei ribelli. Pare che avesse lavorato per un mese da contadino, ma in seguito, essendogli venuto in uggia quel mestiere, tanto difforme dalla sua condizione, si fosse arruolato tra i ribelli militanti.
(Quel pare lo aggiungo oggi, per uno scrupolo, non ricordando più la fonte della notizia.)
Ricevette i sacramenti con commovente devozione. Poi mi pregò di lasciargli scrivere un biglietto per la mamma, e di recapitarglielo.
Scrisse: "Oggi muoio, confortato dai sacramenti; il cappellano militare ha promesso di far trasportare la mia salma nel cimitero della città. Bacioni".
La calligrafia riuscì un po' incerta, ma abbastanza chiara. Si levò quindi di tasca il portafogli e me lo consegnò ma, prima che lo riponessi mi disse: "Permetta che baci la fotografia di mia mamma"; e restituendomela: "Le dica che non sono mai stato comunista ».
Si levò pure l'anello d'oro al dito e me lo consegnò.
Infine: "Dica ai soldati che mi sparino bene».
Non volle essere bendato e la scarica gli troncò sulle labbra l'Avemaria.
L'aiutante maggiore, a opera finita, mi mandò a chiamare perché gli consegnassi i documenti. Gli risposi: "Perché non glieli avete levati prima di affidarlo a me? Se io, nell'esercizio del mio ministero, faccio a un morente una promessa, questa promessa è sacra: e nessuno può obbligarmi a tradirla". Grazia di Dio volle che non insistesse.
Al mio ritorno in città consegnai ogni cosa all'arcivescovo perché la passasse alla famiglia e, pochi giorni dopo, ebbi un lungo colloquio col padre e con lo zio.
Potrò, un giorno, restituir loro la salma del figlio?
(L'ho restituita. Annotazione del 3 settembre 1958.)

 

18 agosto

"Ho sepolto il fucilato e i sette morti in combattimento."

Questi sette in un'unica fossa a fior di terra, essendo il terreno roccioso; l'altro da solo, sotto un albero, per poterlo trovare quando, le condizioni politiche mutate, mi permetteranno di restituirlo alla famiglia, come ho promesso a lui e ai suoi.

 

18 agosto (pomeriggio)

"Altri sette fucilati. La moglie di uno, in una frazione del paese della nostra prima residenza."

Farò pochissimi rilievi perché, di descrizioni tragiche, ne ho fin sopra i capelli.
Nel pomeriggio arrivarono a frotte, alle nostre linee, gli ex studenti della città, già rapiti, come detto, dai ribelli: c'era ordine di non fucilarli, ma di mandarli alla città.
Tra loro però ce n'erano sette che non facevano parte del convoglio aggredito, ma si dicevano presi dai ribelli in altre circostanze, isolatamente, e costretti a seguirli.
Giudicati dal tribunale di guerra, furono condannati a morte.
Uno lo conoscevo benissimo: era il custode delle scuole dove era accantonato il secondo battaglione nel paese della nostra prima residenza: abitava in una frazione del medesimo, con moglie e figli. Se mai tra i fucilati ci fu uno sacrificato a odio privato, certamente fu quello.
Come mi pregò: "Cappellano, faccia qualche cosa per salvarmi! "Ma come potevo io giustificare la sua fuga dal paese e la conseguente sua presenza tra i ribelli?
Anche questi mi consegnò oggetti da recapitare alla moglie, ma io, non sentendomela dì portarle personalmente la tremenda notizia proprio perché la conoscevo, glieli feci recapitare dal capitano vettovagliatore che, per pietà, le annunziò che era morto in combattimento.
Altri due della comitiva erano vecchi che, ormai inabili ad altro lavoro, avevan custodito le mucche dei ribelli.
Se non lo avessi saputo anche prima che i vecchi, di fronte alla morte, sono men forti dei giovani, lo avrei imparato in quella congiuntura.

 

18 agosto (pomeriggio)

"Oggi si è fucilato un giovanotto ferito, dopo averlo raccolto e fatto visitare dal medico. Neppure mi si è avvertito per l'assistenza religiosa."

Se io non mi fossi proposto di tacere il nome della regione da noi battuta durante il rastrellamento, nessuno avrebbe bisogno di molta fantasia per immaginarsi che tutte le operazioni si condussero nella selva: selve immense, dai tronchi annosi e colossali tra i quali, di quando in quando, si apre una radura con un paesetto quasi completamente nascosto tra il verde delle piante fruttifere.
Nelle marce di trasferimento, tra il silenzio e la semioscurità della selva, nelle notti dormite in tenda, sotto i brumosi abeti secolari, mi sarei divertito un mondo, se non fosse stato il tormentoso pensiero dei fucilati e dei fucilandi.
Anche questa volta eravamo nella selva. I ribelli, vistisi accerchiati, per evadere tra gli altri strattagemmi avevano escogitato anche quello di salire sugli alberi spessi di fronde per scendere, al momento opportuno, alle spalle dei soldati che precedevano restringendo, di giorno in giorno, il cerchio.
Prima che ce ne accorgessimo, chi sa quanti ce ne scapparono.
Il giovinetto di cui feci cenno nel diario aveva pensato di salvarsi a quel modo, ma, disgraziatamente per lui, era stato scoperto: gli avevano intimato di scendere e non avendo egli ottemperato (almeno come si disse) gli avevano mandato in su una fucilata che gli aveva piantato il piombo in un polmone. Benché gravemente ferito non era crollato dall'albero, ma ne era sceso pian piano: lo avevano fatto portare al comando, e quivi il medico lo aveva visitato e dichiarato grave.
Lo vidi: di quando in quando si guardava la ferita, e non si curava di nessuno come se tutto e tutti gli fossero perfettamente indifferenti.
Neppure lo avvicinai, perché supponevo e che lo avrebbero mandato all'ospedale; ma, mentre io mi assentai per assistere gli altri sei, gli dissero che tornasse a casa sua, e si curasse coi suoi mezzi; e quando si fu avviato lo fecero raggiungere da una scarica di mitraglia.
Alle mie rimostranze si rispose: "Ricoverarlo all'ospedale per curarlo e quindi processarlo e fucilarlo, avrebbe semplicemente voluto dire farlo agonizzare per dei mesi. D'altronde chi ha il coraggio di dire a un ferito: 'Ora ti fuciliamo?' "

 

20 agosto

"Due donne catturate."

Finalmente potei vedere in faccia due donne ribelli. Una era in calzoni, e si diceva divorziata dal marito (bastava vederla per giudicarla un'avventuriera); il volto dell'altra diceva solo che era rovinato dalla scrofola: l'una e l'altra asserivano di essere state rapite dai ribelli (e, se così era veramente, i ribelli potranno essere degli ottimi guerrieri, ma son maschi di pessimo gusto).
Qualche ufficiale parlò di fucilarle: intervenni dicendo che sarebbe stato un obbrobrio, per dei valorosi soldati come i nostri, farli sparare su donne disarmate.
Lo stesso giorno però se ne ammazzarono tre che stavano in una grotta dalla quale (sempre a quanto si dice) non vollero uscire. Pare che fossero delle gran belle donne, perché anche i magnati (calibri massimi venuti, non so di dove, per visitare lo schieramento) vollero vederle.
Fossero stati tre uomini, morti con le anni in pugno, nessuno li avrebbe guardati.

 

20 agosto

"Il tentato suicida, fucilato senza assistenza religiosa."

Preso, quando aveva visto di non poter più sfuggire, aveva tentato di ammazzarsi; e i signori del comando del primo battaglione che, oltre che essere degli eccellenti guerrieri, sanno anche di teologia, avevan così ragionato: "Quest'uomo ha tentato di uccidersi: perciò ha commesso un peccato mortale: quindi non gli spetta l'assistenza religiosa": e lo fecero fucilare senza avvertirmi.

 

20 agosto

"Feriti da noi. La battaglia notturna con la nostra divisione."

Ecco come i nostri si ferirono e si ammazzarono tra loro, e come, a mio modo di vedere, i ribelli evasero dal cerchio che voleva loro esser fatale.
La notte, quando calava la luna e nella selva l'oscurità si faceva perfetta, sparavano alcuni dei loro caratteristici ta-pum. Il panico invadeva i nostri reparti, non allenati al combattimento, e tutti i militari cominciavano, con i mezzi che ognuno aveva a disposizione (fucili, bombe a mano, fucili mitragliatori, mitraglie, mortai, cannoni) una sparatoria infernale.
Data la ristrettezza del cerchio, e l'imperfezione dello schieramento, un reparto sparava sull'altro, di modo che tutti avevano la sensazione di esser circondati da migliaia di ribelli.
Un maggiore, ad esempio, comandante di uno dei nostri battaglioni, una notte, tutto emozionato, telefona al comando dicendosi circondato, sollecita un battaglione di rinforzi con auto blindate: e quelli che gli sparavano addosso erano i nostri.
Immaginate se, con, tutti i proiettili che fischiavano per l'aria buia, i soldati, pur continuando a sparare, se ne stavano con la testa sotto.
Intanto i ribelli individuavano ogni nostra postazione, e si regolavano per evadere.
Se oggi io dicessi a soldati e a ufficiali che le cose andarono così, mi lincerebbero: giurano di aver visto (e il buio profondo?) chi sa quanti ribelli: ma sono degli allucinati.
I superiori dei vari reparti sanno la verità ma per coprire lo smacco inventano cifre favolose di ribelli morti nel tentativo di evadere; e certo, oggi, non son disposti a smentirle.
La prima notte fecero battaglia tra di loro la divisione a cui appartengo, che da parecchi giorni stava attestata, e la divisione X, pure italiana, ch'era arrivata quella sera; non vi furono morti, ma feriti d'ambo le parti: lievi i nostri, gravi gli altri.

 

21 agosto

"Nella nottata, due soldati uccisi dai nostri proiettili (i mortai del tenente H)."

Stando le cose come ho detto sopra, i morti non potevano mancare.
Quella notte, il tenente H (come la notte prima il maggiore Y) ebbe la sensazione di essere circondato, e tanto da vicino che i ribelli tempestavano la compagnia con bombe a mano (le bombe non mancavano certo, ma erano quelle dei nostri).
Allora fece puntare i suoi mortai da 81 mm in modo che i proiettili, cadendo, formassero un cerchio dal raggio di non più di sessanta metri. Se si pensa che il raggio d'azione dei proiettili di detti mortai è (salva la verità di quanto mi dissero quel giorno gli ufficiali) di centocinquanta metri, e che H sparò tutta la notte come un indiavolato, c'è da ringraziare Dio se dei suoi soldati ne ammazzò uno solo.
Un altro lo ammazzarono le nostre mitraglie.
Inutile avvertire che quando, qualche giorno dopo, le nostre divisioni levarono gli accampamenti, nel pugno non avevano stretto neppure delle mosche.

 

21 agosto

"Ferito il tenente Cruschetti."

Finalmente una nota che mi richiama volti amici, disgraziatamente tutti spariti. Si era dormito assieme, in un'unica stanza diroccata, all'inizio delle operazioni, nel paese dei diciotto più sei fucilati, Cruschetti, Tomasini, Muretti e io.
Tomasini era il medico capo servizio del reggimento. Giovanissimo. Un napoletano eccezionale: timido come una fanciulla, delicato, sensibile, di poche parole, dall'osservazione fine e arguta, galantuomo.
Era il mio compagno di... fucilazioni. Ricordo che a San Vito, dopo i primi diciotto fucilati, per una disperata reazione e per dimenticare, si fece gazzarra, e quasi ci si ubriacò.
Fu trasferito, con vicendevole rincrescimento, i giorni della morte del tenente che si volle "ucciso dalla donna in mutandine".
Muretti era il giudice del sommario tribunale di guerra: dopo poco più di una settimana, non potendo resistere a quello strazio, si diede ammalato: si fece trasferire temporaneamente in città.
Tipo calmo e sempre sorridente. La notte russava come un porco, attirandosi tutte le nostre scarpe. Ora comanda un plotone della sesta compagnia, felicissimo di non giudicare più.
Cruschetti era pressoché un bambino: un po' ciarlone, ma sincero; quando mi vedeva triste per imminenti fucilazioni, anch'egli diventava triste.
Figlio unico di papà (un colonnello che sta al ministero della guerra), era un po' viziato, e perciò mal visto da molti che, se ne dicevan male nella schiena, in faccia lo trattavano coi guanti proprio per amore di papà.
E anche lui mi era venuto a mancare. Non fu ferito in combattimento, ma da una disgraziata caduta nella quale riportò la frattura della clavicola destra. Così tutti i miei migliori amici del comando se ne sono andati.
Oggi mi rimane solo il capitano vettovagliatore, ottimo senza dubbio, ma troppo oppresso dal pensiero della famiglia e dal suo gravoso e pericoloso ufficio. Con gli altri ufficiali sono in relazioni cordiali; ci si fa festa quando ci si incontra, si ride e si scherza; alcuni sono anche ottimi cristiani, ma amicizia vera e propria non c'è.

 

21 agosto

"Un fucilato (non potei amministrargli l'estrema unzione)."

Questi era un vecchio ribelle colto con le armi in pugno, con le quali aveva sparato su di noi. Quando venne portato al comando calavano le prime ombre della notte. Si aveva fretta dì ucciderlo: perciò quando fui invitato a esercitare il mio ministero e dissi: "Un minuto di pazienza: vado a prendere l'olio santo", "Niente olio santo", mi si gridò e io dovetti fare la loro "non santa" volontà, diversamente non avrei potuto neppure assolverlo.
Morì bene come tutti i veri ribelli: voglio dire che non smaniò e non supplicò. Era calmissimo, benché l'avessero battuto fino a farlo diventare tutto gonfio.
Cammin facendo disse ai soldati: "Oggi voi fucilare me: domani qualcun altro fucilare voi". Ricevette l'assoluzione, e baciò il crocifisso con molta devozione, e, anche lui, morì recitando l'Avemaria.
Di tutti coloro che assistetti nel periodo delle operazioni ribelli e non, nessuno fece, dal lato cristiano, una morte meno che edificante.

 

In marcia, 25 agosto

"La culla bruciata."

La mattina del 25 si lasciò un villaggio che era abitato dal solo becchino. Frequentissimi sono, nella regione, i paesi disabitati: erano paesi abitati da popolazione di razza tedesca, e si sa che, ora che i tedeschi stanno per diventare padroni del mondo, anche coloro che da secoli erano naturalizzati altrove han voluto rientrare in patria (credo però che se oggi molti, forse i più, potessero ritornare indietro, benedirebbero il cielo).
Il sunnominato becchino, un omino di forse ottant'anni, non aveva voluto rientrare, e ci godeva un mondo a seppellire i fucilati: ne aveva già sepolti una quarantina, e diceva di voler arrivare ai cento: allora avrebbe cantato il suo nunc dimittis.
Quella piccola iena riassumeva in sé tutto l'odio della sua razza contro la razza tra cui era vissuto, ma che non era la sua.
Salendo da quel villaggio, ci imbattemmo in un paese bruciato (ormai, nell'interno della regione, sono un'eccezione che stupisce i paesi non bruciati: non così sulla linea ferroviaria).
Sulla strada che passava ai piedi del paese, ormai ridotto a un cumulo di macerie, attirava lo sguardo una culla di vimini bruciacchiata: credo che di tutti gli occhi del reggimento che si posarono su quella piccola rovina non uno non se ne sia ritratto rattristato.
E sì che gli uomini ormai sono abituati a vedere dei grandi drammi senza rattristarsi.

 

25 agosto

"Donne in disperazione. Una che domanda giustizia."

Nel paese dove s'era appena arrivati si procedette all'arresto di tutti gli uomini come ovunque si faceva. I primi giorni delle operazioni, quando si arrestavano nei paesi i maschi validi, la popolazione non si impressionava gran che, perché non immaginava ciò che poteva loro succedere; ma quando corse la voce di ciò che troppo frequentemente avveniva, ogni volta che si procedeva a quest'operazione era uno strazio.
Così avvenne in quest'ultimo paese... liberato. (Il qualificativo non è del primo Libriccino.)
Le donne e i bambini, poiché gli uomini erano stati levati dalle case e dal paese e messi in un prato sotto la custodia dei fucili fecero gruppo a poca distanza, e le preghiere e i pianti furon tanti e tali da far ammutolire anche i soldati meno teneri.
Taluno fece versacci verso quei tapini, minacciandoli che, qualora avessero continuato a strillare avrebbe fatto fucilare tutti gli uomini: un momento di silenzio, poi singhiozzi rattenuti, poi pianti più disperati di prima.
Ciò non guastò l'appetito a tutti.
Durante il pranzo mi vidi passare innanzi due mucche e due bellissimi buoi.
Non ci badai tanto, dal momento che erano ormai più i bovini che facevan parte del reggimento che gli armati. Ma, a mensa finita, un caporale viene a dirmi che c'è li una donna, con una frotta di bambini, a reclamare le sue bestie.
Vado e la trovo in disperazione: accenna alla tenera età dei bambini, e piange. Chiamo l'interprete, e la donna racconta: "Avevo il marito e, sei mesi fa, me lo mandarono in Italia; ora i buoi mi aiutavano a lavorare la terra, e le vacche mi davano il latte per i bambini. Senza queste e quelli, che cosa darò ora loro da mangiare?"
Mi raccomando all'aiutante, col quale ero sempre stato in buoni rapporti e che, nonostante i molti difetti, aveva, quando non glielo guastava la ruggine, un cuore eccellente: ordina immediatamente al capitano che aveva fatto quella prodezza di restituire il bestiame.
So però che sotto sotto si misero d'accordo per trattenere un bue.

 

26-27 agosto

"L'incantevole paese dei pitocchi."

Ecco qui uno di quei paesi della regione che tengo vivi in mente per la loro agreste bellezza.
Case brutte (quasi tutte di legno, coi tetti di paglia) tra un bosco di alberi (peri, meli, prugni), carichi di frutti maturi: il tutto sotto un cielo splendido la mattina, carico di nubi e di tuoni il pomeriggio, che rinfrescava l'aria con abbondanti acquazzoni.
Forse la stagione e le condizioni meteorologiche mi fecero parere quel paese tanto bello o forse anche il fatto che non vi si fucilò nessuno.

 

26-27 agosto

"Pianti di donne e bambini. La generosità del comandante. E' l'ora degli stoici..."

Quando nel "paese dei pitocchi "si arrestarono gli uomini successe davvero il finimondo. Mi venne persino il dubbio che le donne avessero, in precedenza, ammaestrato i bambini a piangere a più non posso per commuoverci: infatti tutti sanno che noi italiani (anche se qualche volta facciamo dei madornali errori, sotto l'influsso di una politica che non è la nostra) siamo, in fondo, dei sentimentali.
Mi commosse soprattutto una povera vecchia: correva dall'uno all'altro implorando; nessuno capiva ciò che precisamente dicesse, ma tutti le dicevano di sì per consolarla.
Quando venne da me, chiamai l'interprete: diceva che un figlio glielo avevano portato via i ribelli, uno l'aveva a casa cieco, e uno glielo portavamo via noi: chi avrebbe lavorato i campi? soprattutto ora che bisognava raccogliere il fieno!
Siccome le avevo fatto dire parole di speranza, il giorno dopo venne a trovarmi mentre stavo sdraiato sull'erba del prato, fuori della mia tenda. Le feci capire che ero prete: fu uno scoppio di giubilo: "Jesus, Maria! Jesus, Maria!" esclamava con le mani giunte. Poi mi disse di tutti i santuari della Madonna che erano nella regione, e tante altre cose, che non finiva più.
Le regalai un'immagine sacra, e non si risolveva ad andarsene. Le regalai allora qualche cosa di più materiale: si nascose in seno il materiale, e s'incamminò verso casa con in mano, visibile, il solo spirituale.
Quivi passai due giorni di vera pace: anche il comandante fu, più che giusto, buono: fece più il missionario che il militare.
Il giorno prima di metterci in marcia ci fu un invito: fu nostro ospite, a mensa, il generale comandante della divisione, col suo capo di stato maggiore, e altri pezzi grossi.
Come era naturale durante il pranzo si parlò delle operazioni in corso. A onor del vero, però, il generale non si mostrò (come fermamente credo che non sia) una tigre.
Disse che alcuni esempi di severità, somministrati con giustizia, avrebbero fatto bene alla popolazione della zona: e siccome marcò la parola giustizia (altre volte l'avevo sentito parlare così) credo che volesse richiamare i presenti alla moderazione. Avrebbe fatto di più, credo, se superiori, al di sopra di lui, non l'avessero pensata diversamente.
Il male si è che, nella vita militare (non solo in quella, ma soprattutto in quella), per far carriera bisogna pensarla a puntino come i superiori.
Disgrazia volle che, in quella congiuntura, di posto mi trovassi proprio di fronte al capo di stato maggiore. Non l'avevo mai visto; anzi, avevo sempre fatto di tutto per non vederlo: non perché lo giudicassi buono o cattivo, ma perché, la prima volta ch'ero stato da lui comandato ad assistere fucilandi, essendomi dato ammalato (altri potevano sostituirmi), mi aveva chiamato lavativo, e mi aveva mandato un medico in visita fiscale: questioni personali, dunque. Però le prime parole che mi rivolse furono irritanti: "Come va il morale, reverendo?"
Per capire la maligna ironia della tirata, bisogna sapere che, in tutta la divisione, era conosciuta la mia ritrosia, anzi la mia aperta avversione contro quel perverso sistema di mandare all'altro mondo i cristiani come se, anziché di uomini, si trattasse di ragni. Tanto che qualcuno, al comando di divisione, se n'era lamentato, perché impacciavo il comando militare nell'adempimento del suo eroico dovere, facendo osservare che gli altri cappellani (e non era vero, almeno di tutti) si mostravano militari di più spirito e, quando si fucilava qualcuno, anche loro erano contenti e dicevano che più si ammazza di questa gente e meno nemici si hanno. Pertanto a quel signore risposi: "Signor colonnello, per il fatto che una cosa mi dispiace, perché la credo bruttissima, non vuol dire che mi demoralizzi: da sette anni son cappellano militare".
"Questa, reberendo, è l'ora degli sdoici, e bisogna saberla bivere!"
Avrei voluto rispondergli che la virtù degli stoici è la sopportazione, non l'offesa; e che, in caso, se quella era veramente l'ora degli stoici, era l'ora di chi si faceva fucilare, non di chi fucilava. Ma non risposi nulla perché non ne valeva la pena.
Brindisi numerosi chiusero quella colazione, che mi lasciò l'assenzio in bocca nonostante le due portate di dolce.

 

"Il collegio militare."

In quel nobile consesso, tra l'altro, si parlò anche del collegio militare e, da quanto si disse, capii perché gli ufficiali effettivi siano... quel che sono.
E' il sistema di educazione (sarebbe meglio dire di ineducazione) che è sbagliato e che li rende così: un sistema puramente coercitivo che, invece di formare il carattere, lo sforma irritando, invece di indirizzarle, le passioni.
Coercitivo è anche il sistema dei seminari e dei conventi, ma la coercizione è quivi fiancheggiata dalla religiosa persuasione, che è vera educazione. Di più, in questi ultimi, l'orgoglio è un vizio che si deve combattere, mentre nei primi e una virtù che si alimenta.
In breve: nei collegi militari il superiore impone, e l'alunno le studia tutte per fargliela, perché la legge, senza la coscienza, è un macigno da buttar via, e si butta via senza rimorsi.
Ma se questo sistema finisse col collegio, forse a tempo potrebbe trovare un contravveleno: ma tutta la vita militare è fatta cosi.
Ogni grado superiore è un macigno, di sotto al quale bisogna levarsi arrivando allo stesso grado e a quello superiore, per diventar macigno a propria volta, per i gradi sottoposti. Di modo che il grado (come esenzione da oneri, e come possibilità di comando) diventa l'ideale massimo dell'ufficiale effettivo.
Accanto a questo ideale massimo viene a collocarsene, vorrei quasi dire logicamente, un altro: quello di brillare nella società. Di qui la caccia al denaro, che si finisce per cercare con tutti i mezzi, e che sfocia in quella che i militari chiamano camorra.
Delle disonestà ne esistono in tutte le amministrazioni, ma in nessuna son tanto disoneste quanto nelle amministrazioni militari, grandi e piccole. (Nota postuma: oggi non scriverei più così.)
Che se si esamina un po' da vicino la vita del militare effettivo c'è da spaventarsi, tanto la si trova corrotta.
Molti ufficiali effettivi, una volta, non si sposavano o si sposavano tardi. E' logico che, non sposati, fin verso i cinquanta fossero dei donnaioli: in seguito degli uomini profondamente infelici perché, dopo una certa età, l'uomo, senza un nido nel quale posare almeno di quando in quando, diventa un misantropo nevrastenico.
Quelli che si sposavano tardi (raggiunto, ad esempio, il grado di colonnello: ciò che avveniva frequentemente), quando cioè lo stipendio potesse esser sufficiente per il decoro di una famiglia, nello scegliersi una sposa badavano soprattutto a due cose: che fosse una donna giovane e avesse una buona dote.
Ora, c'è da meravigliarsi se la donna giovane, di vent'anni, faceva le corna al marito di cinquanta con l'attendente, pure di vent'anni, quasi senza paura, cosciente del fatto di foraggiare la famiglia con la sua dote abbondante?
Oggi invece gli ufficiali effettivi sposano giovani, proprio per amore della carriera (come, i tempi cambiano, e coi tempi i gusti, e le leggi che, molte volte, purtroppo, non sono che gusti!)

 

27 agosto

"Paese ridente.Effetti della paura? Soldati = cavallette e faine."

Ripresa la marcia, il primo paese che incontrammo è a pochi chilometri da quello sopra descritto. La natura, pure essendo sempre agreste, è meno rude. Tutto vi è più ridente: il cielo, il sole, gli alberi, i frutti (che non sfigurerebbero sulle colline italiane); anche le case son tutte in muratura e con tetti di tegole; i bambini ben vestiti, paffuti e sorridenti.
Fu l'unico paese, in tutta la zona, in cui fummo ricevuti a braccia aperte; ci venne incontro tutta la popolazione con a capo il clero, e il parroco, un vecchio venerando, ci disse: "Siate i benvenuti! Voi ci liberate dai ribelli". Donne e bambini facevano a gara nell'offrire frutta, uova, e anche galline ai militari.
Escludo assolutamente che tutta questa accoglienza sia stata dettata, come qualcuno insinuò, dalla paura: se non ci fosse stato altro da cui arguirlo, direi che il sorriso sarebbe stato meno spontaneo e luminoso.
Ma c'era stato altro: i partigiani, scesi dalla montagna in paese pochi giorni prima del nostro arrivo, avevano voluto portarne via tutti gli uomini e siccome quelli si erano rifiutati, ne avevano fucilati due. Poi, in quel paese, non c'erano mai state truppe italiane, e penso che ci desiderassero perché non ci conoscevano. Non che i nostri soldati non abbiano delle grandi virtù: ne hanno da regalare a tutti i soldati del mondo; ma hanno un grande difetto che, come tutti i difetti, affiora prima che gli stranieri abbiano potuto conoscerne ed apprezzarne le virtù: il soldato italiano non solo fa piazza pulita nei campi e nei pollai dei nemici, ma non rispetta neppure quelli degli amici.
Ora, chi conosce quanto è geloso il contadino della sua proprietà (ti darà spontaneamente un sacco di mele, ma guai se gliene levi una dall'albero senza chiedergliela) e pensa che, dove passano i nostri soldati, passan le cavallette, capirà come, dovunque ci facciamo vedere, ci facciamo odiare. Inutile dire al soldato: "Non toccare! Non vedi che la proprietà la rispettano i ribelli? E se noi non la rispettiamo, questa gente finirà per preferir loro a noi"; il soldato non capisce o, se capisce, non se ne cura.
La giornata che ci intrattenemmo in quel paese, non feci che predicare e arrabbiarmi: "Ma almeno qui, dove la popolazione ci ha ricevuto bene, e ci ha dato ogni ben di Dio, non rubate!" Era come parlare ai muri. Tanto che, dopo poche ore dal nostro arrivo, gli uomini montavan già di guardia alle campagne, le donne ai pollai.
Ripeto, perché mi pare della massima importanza se non vogliamo eternamente commettere gli stessi errori: credo che, senza questo difetto, il soldato italiano sarebbe il soldato più simpatico e più amato del mondo.
Prima che partissimo, gli abitanti (non certo per la simpatia che avevamo loro ispirato, ma per la paura dei ribelli) ci pregarono insistentemente di lasciare un presidio: non lo lasciammo perché non ne avevamo l'autorizzazione e non so se in seguito le autorità competenti lo abbiano mandato; se non lo mandarono, certo il paese sarà stato distrutto dai ribelli. Terribile condizione degli abitanti delle regioni invase, in cui scoppia la guerriglia: se si schierano contro gli invasori se le prendono da loro; se contro i ribelli, dai ribelli.
Se la guerra dura ancora qualche anno, di quelle terre non resterà più che il nome.

 

27 agosto

"Cinque fucilati, tra i quali un padre di otto figli."

Mentre noi del comando eravamo col secondo battaglione nel "paese amico", da altre località il comando del primo battaglione mi mandò a prendere con un'autocarretta. Quando seppi di che si trattava ritornai per prendere il viatico.
Non volli fare inchieste (inutili d'altronde) sul perché si fucilavano; ma, a caso seppi che uno era certamente e gravemente colpevole: aveva ammazzato una donna amica dei nostri soldati.
Da questo fatto si può ben capire che non correvano tempi d'oro per le donne che si lasciassero avvicinare dai nostri soldati e ufficiali: in città, in un primo tempo, i partigiani rasavano loro il capo, intendendo così esporle alla pubblica infamia (quante belle cose abbiamo imparato noi italiani dai nostri nemici; nota postuma). in seguito, quando la situazione si inasprì, incominciarono addirittura a ucciderle.
Amministrai, tra le solite scene, i sacramenti a quei disgraziati in un fienile.
Giunti al luogo dell'esecuzione si svolse tra i condannati una scena che non si era mai svolta prima: quei poveretti si salutarono stringendosi la mano, alcuni anche abbracciandosi. Quando erano già bendati uno gridò, con voce che non dimenticherò mai, in lingua italiana, e con un crescendo che ci fece venire i brividi: "Addio, soldati!... addio, soldati!!... addio !!!... addioooo!!!"
Tirato di nervi com'ero, me la presi col comandante del plotone: "Dov'è il comandante del plotone? Che aspetti a dare gli ordini? Non hanno patito abbastanza? O siam qui tutti incretiniti?"
Ed ecco che vedo farsi avanti un ragazzino, un bel biondino, timido come una novizia.
A opera finita mi corse dietro: "Permettete... Sottotenente Grondana... Scusate, padre, ma io non avevo mai fatto questo brutto mestiere... e non avrei mai pensato di doverlo fare... Ma, poiché ero stato comandato... avevo letto sul libro... dove dice che l'ultimo a staccarsi dai condannati deve essere il cappellano... e voi eravate ancora lì..." Se non fosse stato quel brutto momento, gli avrei dato cento baci.

 

28 agosto

"Un fucilato. Mandante e mandatario."

Anche questo era, a quanto mi si disse, colpevole. Ma sentitene una carina, che vi farà il panegirico del sistema.
Riceveva costui gli ordini da un altro che era stato arrestato con lui, e li eseguiva ciecamente. Ad entrambi fu posto il dilemma: o ci consegnate materiale bellico, o d'altro genere, o vi fuciliamo; il mandante, come più in alto nella scala gerarchica, conosceva un magazzino: lo indicò ed ebbe salva la vita; il mandatario, non avendo nulla da indicare, dovette morire.
Quante volte lo sentii porre questo illogicissimo dilemma: o ci consegnate anche solo un fucile, o vi fuciliamo. Dilemma che, come ognuno vede, assolve i rei e condanna gli innocenti.
Ma tale è la logica della guerra e, purtroppo, non solo della guerra.

 

3 settembre

"Santa messa per i nemici."

Fin dal principio di questo primo ciclo operativo correva voce che, a operazioni finite, la divisione sarebbe rientrata in Italia; sennonché, verso la fine di agosto, si incominciò a vociferare che in Italia saremmo, sì, rientrati, ma prima dovevamo fare un secondo ciclo altrove.
Purtroppo questa volta radiogavetta ebbe ragione: le operazioni in quella regione si troncarono prima che fosse concluso il ciclo prefissato; l'ultima tappa fu dove ci fermammo tre giorni. Anche qui si arrestarono gli uomini, se non di tutto il paese, almeno di una contrada. Accusa: i ribelli avevan loro portato via il bestiame.
Il comandante, forse perché non più pressato dall'alto, non volendo fare altre vittime, aveva deciso di mandarli tutti in Italia; quando, sulla sera venne l'abate dei cistercensi, ch'era anche il parroco del paese, il quale fece questo semplice ragionamento: "Anche alla mia casa colonica han portato via cinque vacche. Io non c'ero, ma anche se ci fossi stato, le avrebbero portate via lo stesso: che sarebbe valso, infatti, resistere? Ci avrei rimesso la vita inutilmente" (quanti ne avevo sentito fare lo stesso ragionamento, e non era stata loro risparmiata la vita!).
Io ero trepidante, e mi aspettavo che il colonnello rispondesse: "Dovevate morire, e poiché non siete morti ..." Invece fu molto remissivo, e rispose: "Abbiamo ordine, dal governo, di aderire alle richieste di voi reverendi: perciò li rilascio tutti, sotto la vostra responsabilità".
Certo quel prete divenne molto popolare tra i suoi parrocchiani.
La mattina del primo giorno di permanenza in quel luogo, mi recai a celebrare alla frazione più vicina, in una chiesetta biancheggiante tra il verde. Mandai l'attendente in giro, per le case, a cercare le chiavi, dal momento che non c'era casa parrocchiale.
Con l'attendente venne una donna, alla quale feci capire che ero prete: "Jesus Maria!" esclamò quella, e corse via. Prima che tornasse, passò un buon quarto d'ora; ma in compenso venne tirandosi dietro un codazzo di popolani, uomini, donne, bambini: tutta la popolazione insomma, che gremì la chiesetta, e incominciò a recitare il rosario.
Essi pregavano nella loro lingua: io celebravo la messa in lingua latina: Dio capiva loro e me. Ci fu un momento di esitazione alla fine della messa, quando io recitai l'Avemaria in latino; ma un momento solo, che quella buona gente capì subito di che si trattava, e incominciò a rispondere, con la massima disinvoltura, nella propria lingua.
Solo la chiesa cattolica sa superare la confusione delle lingue... (Nota postuma: sono un sorpassato.)
Questo pensiero, che mi era già venuto al principio della messa sentendo recitare il rosario, aveva fatto sì che io l'applicassi per loro; per loro, poveri straccioni, divisi tra noi e i ribelli, e da entrambi martellati; per loro, il cui cuore forse correva dietro al figlio fuggitivo nella selva, che viveva come un lupo cacciato da noi, e cacciandoci; per loro, che forse, domani, sarebbero stati puniti dai ribelli per avermi lasciato celebrare la messa, che fra breve, o da noi o da loro, si sarebbero visti portar via il bestiame e bruciare le case; e, nel fervore del santo sacrificio, desiderai di essere il loro pastore per dividerne la sorte.
Unii ai vivi tutti i morti fucilati, da me assistiti: I MIEI FUCILATI !
Perdonatemi, o morti, se vi chiamo miei: dal giorno che vi impartii l'assoluzione, che sentii le vostre preghiere, i vostri pianti, le vostre grida; che vi feci baciare il crocifisso, che mirai i vostri volti esterrefatti bendati; che vi vidi stramazzare, e vi feci seppellire, da quel giorno voi siete passati nel numero dei miei morti.
Ne ho tanti di morti io, che da quarantadue anni vivo, e da sedici esercito il ministero sacerdotale. Ho quelli della mia famiglia, che riposano nel paese natio (un paesello agreste, tanto simile ai vostri), tra i quali son papà e mamma, due poveri contadini come voi, come voi religiosi, come voi carichi di prole (la mamma, quando morì, aveva, come voi, il cuore straziato perché, come quasi tutti voi, lasciava una nidiata di bambini orfani); ho quelli del paesello montano in cui fui primamente sacerdote, i primi quindi che assistetti sul letto di morte; e quelli del grosso paese industriale in cui fui in seguito, tra i quali sono amici carissimi; ho quelli di Debra Berkam: quanti, sepolti su quella piccola amba nel grembo della roccia scavata dalla dinamite! Anch'essi morti di morte violenta, come voi, e tanto lontani dalle loro famiglie.
Infine ho i miei soldati, una ottantina, che han lasciato le ossa qui nella vostra terra (oh, non avevan voluto la guerra!), alcuni, forse, uccisi da qualcuno di voi: QUESTI I MIEI MORTI, E VOI TRA LORO: E NON GLI ULTIMI.
Ogni giorno, quando nella messa al memento dico "i miei morti", ci siete anche voi. E io ho ferma fiducia che, domani, ci troveremo uniti in paradiso, fucilati e fucilatori, dove Dio concilia i contrari; e ci ameremo quanto quaggiù ci siamo odiati; e, guardandoci indietro, sorrideremo assieme delle nostre antiche bizze di bambini feroci.
Ma perché la popolazione di quella frazione venne ad ascoltare la messa del cappellano militare italiano, mentre, negli altri paesi, se era già in chiesa quando incominciavo a celebrare, scappava fuori? Per rispondere a questa domanda devo fare un'altra piccola digressione sullo spirito dei preti di quella regione.
Essi sono, in genere, buoni preti; anzi, sotto certi aspetti, io non esito a dirli migliori di noi preti italiani; ma, disgraziatamente per loro e per i cristiani a loro affidati, sono dei politicanti.
Furono essi infatti che, subito dopo la nostra occupazione, spinsero la gioventù d'azione cattolica verso il fronte popolare, credendo di creare un movimento nazionale destinato non solo a ributtare gli italiani fuori della provincia recentemente occupata, ma addirittura oltre ogni territorio abitato da popolazione, anche solo in parte, della loro razza.
Immaginate con quanta simpatia il governo italiano vide tale movimento.
Ciò nonostante non scatenò nessuna persecuzione contro il clero, ma non poté non perseguitare i giovani che avevan aderito al movimento.
Intanto i preti si erano accorti del grosso granchio che avevano preso spingendo la gioventù, contro ogni loro desiderio, in un movimento eminentemente bolscevico.
E siccome in fondo, come ho già detto, sono buoni preti, vollero far marcia indietro. Ma ormai era troppo tardi: i giovani, compromessi a centinaia, correvano le selve, e non avrebbero potuto tornare che per essere fucilati.
Se il clero di quella provincia avesse pensato più al Vangelo e meno alla politica, si sarebbe versato meno sangue e si sarebbero distrutti meno paesi.
A parte che il clero con la politica (noi preti quando vogliamo impicciarci di cose politiche roviniamo noi e la religione) si è preparato (non solo per sé, ma anche per tutti i cattolici) un domani molto burrascoso; perché, sia che vinciamo noi, sia che vinca il Bolscevismo, saranno botte.
Ora rispondo alla domanda posta sopra: la popolazione venne ad ascoltare la messa del cappellano militare italiano perché i frati di quel convento non erano dei politicanti, come quasi tutti i preti della provincia.

 

Città, 5 settembre

"Siamo rientrati oggi in caserma, dopo cinquanta giorni di vagabondaggio."

RISULTATI
(Omissis)

In viaggio, 12 settembre

"Siam partiti stamattina verso la nuova zona di operazione."

(Omissis: e proprio mi dispiace perché il quadro della situazione politica della zona al lettore parrà ancor più ingarbugliato di quanto non fosse in realtà.)
C'è un esercito, sia pure irrisorio; ci sono due partiti, che rappresentano due razze; ci sono i comunisti.
In un primo momento uno dei due partiti non volle riconoscere il governo creato dall'Italia, anche se nominalmente indipendente. Non ci voleva altro per scatenare l'odio del partito avverso, che era stato costretto per trent'anni a subire la supremazia del primo.
E così quest'altro, forte anche del nostro appoggio (che non potevamo certamente essere amici di chi si era dichiarato contro il governo da noi costituito), iniziò contro il primo una strage più unica che rara nella storia delle guerre civili. (Oggi, dopo quanto è avvenuto in Francia e in Italia alla fine della guerra, ometterei quel "più unica che rara"; nota postuma.)
Si dice che, tra uomini donne e bambini, abbiano massacrato seicentomila persone. Se anche ciò risultasse esagerato e si dovesse dimezzare la cifra, trattandosi di una frazione di Stato risultata dallo smembramento di uno Stato a sua volta non grande, la cosa sarebbe sempre raccapricciante: ma ancor più raccapriccianti sono le sevizie che si raccontano.
Si dice di secchi di occhi cavati, di bambini minutamente tagliuzzati, di morti inchiodati alle porte: né si può qui parlare di propaganda dal momento che gli autori delle prodezze erano coloro che parteggiavano per noi e con noi combattevano. A ogni modo esagerazioni possono esservene ugualmente per l'istinto che porta l'uomo a ingrandire il male dei suoi simili (amici o nemici che siano) e a diminuirne il bene.
La razza perseguitata sarebbe perita se i persecutori non avessero dovuto contemporaneamente lottare anche contro i ribelli, e se un giorno, costretta dal pericolo mortale, non si fosse piegata a riconoscere il governo di creazione italiana.
In verità tale riconoscimento non piacque ai persecutori che, avvelenati da un potente odio di razza, avrebbero preferito, con l'assenso (espresso o tacito) dei dominatori, distruggere il millenario nemico: ma il governo italiano, che più che odiare quella gente desiderava averla, e le si dichiarò con prontezza amico e la armò per farsene un aiuto contro i ribelli comunisti. I primi inghiottirono amaro, ma dovettero inghiottire. Così ora a combattere i ribelli della zona sono: l'esercito italiano e i due (già avversi, o meglio: sempre tra loro avversari) partiti locali. Da notare però che entrambi i partiti, se appena appena lo possono, risparmiano i comunisti della loro rispettiva razza; insomma si odiano sempre più tra loro di quanto ognuno non odi i comunisti.
Di tale intricatissimo stato di cose quelli che han saputo tirare il buon partito sono i ribelli.
Ogni giorno la linea ferroviaria salta in uno o parecchi punti; con la loro audacia e con la loro organizzazione (certamente ottima) continuamente ci minchionano, demoralizzando così il nostro soldato che si vede costretto a combattere contro un nemico inafferrabile, che si fa vedere soltanto per dargliele e lo costringe, insidiando le linee ferroviarie, a rinunciare talvolta anche alla licenza.

 

18 settembre

"Sono iniziate le operazioni di rastrellamento: sta quindi per ricominciare il calvario delle fucilazioni."

Il calvario non ricominciò: la nuova regione non è, come quella del primo ciclo, provincia italiana; ma ha un governo proprio, che reclama i prigionieri per giudicarli; quindi non si fucilò nessuno, e ne siamo ringraziati Dio, la Madonna e tutti i santi.
Pertanto d'ora innanzi, non si parlerà più di fucilati. E credo che mi limiterò, quasi esclusivamente, alla trascrizione del diario, per due ragioni: anzitutto perché è più completo; poi perché, per commentare, dovrei ripetere riflessioni già fatte; e immagini ognuno se ne ho voglia.

 

In marcia, 21 settembre

"Messa celebrata su un cocuzzolo, mentre si dispensano i viveri. Gli uomini si guidano coll'amore?"

Questa domanda mi fu suggerita dal fatto che, avendo io pregato i miei soldati di non far chiasso mentre celebravo la messa, nessuno mi aveva dato retta; mentre, a messa finita, avendo il colonnello (che non comanda invano) gridato di tacere, si fece un silenzio di tomba.

 

In marcia, 22 settembre

"Da vari giorni non vedo che incendi. Oggi è la volta di una conca meravigliosa: gruppi di case, tra il verde, in fiamme. Lo spettacolo suggerisce ai soldati commenti molto sensati (son quasi tutti contadini e pensano alle loro case). Il comandante è nero."

 

24 settembre

"In tutte le abitazioni della vasta conca, non si è trovata anima viva. Son tutti fuggiti perché la propaganda bolscevica, esagerando i fatti del nostro primo rastrellamento, ha convinto la popolazione che noi siamo addirittura delle belve, che ammazzano anche donne e bambini.
Però i reparti che rastrellano han trovato donne e bambini e vecchi (nessun uomo valido) nei boschi.
Fino a oggi, di tutti i villaggi che abbiamo incontrato, uno solo non è stato bruciato, perché destinato a ospitare il comando del reggimento; ma verrà dato alle fiamme anche questo all'atto della nostra partenza.
Intanto sopra e sotto la terra, si sta distruggendo tutto ciò che serve alla vita degli uomini e degli animali."

 

25 settembre

"Si continua il rastrellamento nella zona e nei dintorni, cioè la distruzione. Nei giorni passati, le cose si fecero un po' disordinate, ma oggi si fa tutto col massimo ordine: compagnie del reggimento girano la selva, in cerca non di ribelli ma di quanto gli uomini vi hanno nascosto per sottrarlo alla rapina; mentre altre frugano la terra dei campi per sgravarla delle patate.
Dicono che donne e bambini e vecchi, a frotte, o rinvenuti nei boschi o presentatisi spontaneamente alle nostre linee costretti dalla fame e dal maltempo, sono stati intruppati, e avviati (tra pianti e pianti e pianti) ai campi di concentramento.
Qualcuno del reggimento, oggi, a mensa, ha sentenziato, con evidente orgoglio, che questi tapini preferiscono presentarsi agli altri reparti, anziché a noi, perché di noi hanno paura, avendo saputo le nostre prodezze recenti.
Stamattina ch'era in vena di confidenze, ha pensato di confidare al cuore sacerdotale del cappellano il timore che, partendo, lasciamo a questa gente ancor troppo da vivere."

 

26 settembre

"Questa sera è arrivato il primo battaglione, tirandosi dietro una frotta di vecchi, di donne, di bambini: in che stato! Soldati e ufficiali hanno avuto un contegno veramente cristiano verso questi infelici."

 

28 settembre

"Ieri sera è arrivata un'altra carovana di fuggiaschi: famiglie intere.
Questa notte le donne e i bambini li hanno asserragliati alla meglio in una casa; gli uomini han dormito all'aperto sotto la pioggia: li ho visti stamattina, poveri sacchi di cenci ambulanti."

 

In marcia, 1 ottobre

"Abbiamo attraversato una piana (anfiteatro tra i monti) bellissima. Chi dice che la regione che percorriamo è brutta, o non ha senso estetico o pensa solo ai ribelli.
Può darsi che d'inverno sia un paese da lupi, sia per il freddo e la quantità della neve, sia per la scarsità e il cattivo stato delle strade che rende difficili e, talvolta, interrompe le comunicazioni; ma nelle altre stagioni è bellissima.
E' formata tutta (almeno la parte che io ho visto e sto vedendo) da anfiteatri più o meno vasti: in giro alture, ora verdi di densi abeti, ora bianche di roccia carsica: al piano, paesi pittoreschi e greggi in quantità.
La piana in questione è una delle migliori, sia per la bellezza naturale sia per la dovizia del bestiame, che nel mio vagabondare di otto anni (in Africa e in Europa, seguendo le truppe) abbia attraversato. Qualcuno, attraversandola, non vide il bellissimo, ma vide molto bene il bestiame e a mensa si meravigliò come il governo italiano sia tanto gonzo da non farlo intruppare e mandare in Italia. Nella vita non è poi tanto difficile incontrare uomini generosi."

 

In marcia, 5 ottobre

"La prima giornata del secondo ciclo operativo si chiude 'brillantemente': i nostri esploratori hanno ucciso, per sbaglio, una donna di sessant'anni, un bambino di dieci, una bambina di quattordici.
Effetti della paura da entrambe le parti.
Quei poveretti eran fuggiti da casa per paura dei soldati: i soldati, vedendo muoversi qualcosa tra le rocce, credono a un'insidia tesa dai ribelli e, puntati i fucili mitragliatori, gridano: 'Fuori! fuori!'; quelli si impauriscono anche di più, e si acquattano; e i soldati li mitragliano.
Sono andato a raccogliere le salme: il bambino era dietro la schiena della vecchia e, appoggiatovi un braccio sul quale teneva la testa, pareva dormisse; la bambina era forse quindici metri più in basso, giù per la balza: forse aveva tentato di fuggire.
Probabilmente erano membri di una stessa famiglia: la nonna coi due nipotini."

 

In marcia, 6 ottobre

"Stamattina ho celebrato su un picco, al cospetto di due reggimenti (uno di qua, l'altro di là dal ponte fatto saltare dai ribelli) entrambi affaccendati per l'imminente partenza."
Nessun ta-pum al mio indirizzo: in fondo i ribelli sono buona gente...

 

In marcia, 6 ottobre

"Oggi c'è stato combattimento: sono state attaccate le salmerie del primo battaglione.
I ribelli non sapevano che, al primo, seguisse immediatamente il secondo battaglione, e speravano di fare il colpo: invece ebbero la peggio.
I soldati si sono comportati molto bene.
Abbiamo avuto cinque feriti, ma tutti leggeri."

 

In marcia, 7 ottobre

"Stamattina ho celebrato la messa su un altro picco. Sotto, a conveniente distanza, gli artiglieri che bestemmiavano come reprobi: 'O Cristo o Madonna, perdonate loro perché non sanno quello che fanno'.
Siamo in piena montagna: alberi verdi, tra i quali, a tratti, biancheggiano le nude rocce, sotto un cielo tanto azzurro che ci fa presentire la vicinanza del mare, riscaldati da un dolce sole autunnale che fa fumare il verde madido di bruma."

 

In marcia, 7 ottobre

"L'altro giorno, un ufficiale superiore, vedendo un caporale artigliere (non del nostro reggimento) tirarsi dietro un maiale, gridava indignato: 'Queste sono azioni da malandrini: ti degrado!'
Tanto sdegno mi aveva consolato perché pensavo che le ladrerie se non cessate sarebbero almeno diminuite.
Ma ecco che ieri, senza una ragione al mondo, dava mano libera ai soldati di portar via quello che volessero. Dico senza ragione, perché, anche se i soldati non avevano ricevuto il rancio, poteva, d'autorità, far requisire, pagandola a spese dello Stato, quanta roba voleva, evitando così di scatenare lo spirito di rapina dei singoli.
Invece, dopo averlo scatenato, ci guazzava dentro, fino a scoppiare dalle risa vedendo dar la caccia alle galline sotto gli occhi delle massaie che, per paura di peggio, si limitavano a implorare, dicendo che avevan già portato via tutto i ribelli.
Un contadino ebbe il coraggio di venir a domandare un indennizzo, perché i soldati gli avevan portato via le patate; ma l'ufficiale dice all'aiutante: 'Questo dev'essere un partigiano di certo: fa' venire i carabinieri'.
Quello si fa piccino e dice: 'Io non sono un partigiano: sono un onesto contadino'.
'Se non vai via, ti faccio fucilare perché partigiano', replica quell'energumeno; e, come quegli se n'è andato, scoppia ancora in una grassa risata e dice: 'Vedi come si fa a far tacere le proteste!'
Perché ho riferito nel mio diario grondante sangue questo episodio che ognuno, che ha fatto la guerra, definirebbe una piccolezza? Perché, se i grandi delitti mi riempiono d'orrore e di repulsione, certe piccolezze mi sgomentano."

 

In marcia, 9 ottobre

"Ieri sera un bue perfetto, anche se tre volte filettato, sentenziò che gli abitanti della regione, razza inferiore, per il bene dell'umanità vanno distrutti (è questa la teoria del giorno contro la quale il cappellano deve combattere continuamente): 'Bisogna', definì, 'ipritare la regione ...'
Lasciando te al centro!' lo interruppi invelenito. Intervenne un ufficiale superiore, che si autodefinisce uomo irruento, ma di molto cuore, sostenendo l'affermazione bovina.
Dissi chiaro anche a lui la mia opinione nonostante le gomitate e le pestate di piedi dei colleghi ufficiali che temevano una scenata.
La scenata non venne, ma quasi tutti gli ufficiali, soprattutto i più elevati in grado, sostennero, benché non convinti (ne sono certo), le solenni porcherie pronunciate da quel fesso (scusate) gallonato.
Ciò fu per me una riprova della convinzione che da tempo mi sono formato: che cioè i caratteri forti non bisogna mai cercarli in ambienti dove il grado toglie al subalterno ogni libertà. Certo il mondo cammina con spaventosa celerità verso la barbarie.
Oggi un acquazzone ci ha allagati e ci ha portato via gran parte del materiale del reggimento: fosse valso, col corpo, a lavarci anche l'anima!"

 

11 ottobre

"Siamo ritornati alla 'piana bellissima' e sono trepidante per il numeroso bestiame che fa tanto gola a certi pirati (non intendo parlare della truppa pur non ritrattando nulla di quanto detto sul suo spirito ladresco: i soldati non possono rubare che al minuto)."

 

13 ottobre

"Siamo in un povero paese oltre la piana.
A mensa discorsi osceni e stupidi: noia e schifo.
Siamo tutti troppo stanchi nello spirito, e ciascuno cerca di reagire secondo le sue capacità."

 

In viaggio, 15 ottobre

"Dopo quattro giorni di permanenza, abbiamo lasciato il povero paese di 'noia e schifo' e stiamo facendo una delle solite marce estenuanti: cinque minuti di cammino, e mezz'ora di sosta.
Gli abitanti del paese che, come quelli di tanti altri ci avevano visto arrivare con simpatia, ci hanno visto ripartire con sollievo.
Ritorneranno i ribelli: ma, quando si ha da scegliere tra ladri e ladri, meglio i nostrani che gli stranieri.
Il primo giorno di freddo: c'è il sole, ma inseguito insistentemente dalle nubi che lo velano e raffreddano."

 

19 ottobre

"Tre giorni fa son suonati sulla mia vita quarantadue anni: scendo rapidamente la china. La mia mamma, alla stessa mia età, era agli ultimissimi anni della sua esistenza: ma la sua si può chiamare, sì, 'carriera'.
Morì dopo aver dato la vita a tredici figli, e averli allevati, e, chiudendo gli occhi, ne lasciava sulla terra nove che, dopo ventidue anni, sono ancora sani e robusti.
La mia invece (benché la mia mamma fosse quasi analfabeta e io abbia studiato tanti anni) non è una carriera, ma una peripezia che subisco trascinato dagli eventi.
Quando mi chiamerete, o Signore, che cosa conterrà di buono il mio miserabile sacco?"

 

19 ottobre

L'altro ieri, a operazioni ormai finite, i ribelli ci hanno dato una bella batosta: sei morti e tre prigionieri.
'Colpa di nessuno', dice chi ha la maggior responsabilità, 'al nostro posto chiunque se le sarebbe prese'.
Non sta a me giudicare, e son contento che sia così.
I tre prigionieri sono: il cuoco della mensa ufficiali, il cameriere della medesima, l'autista dell'autocarretta mensa.
Se si pensa che, con i tre, portarono via stoviglie, posate (d'argento), cibarie e vino, bisogna proprio dire che i ribelli si son fatti il servizio completo, e ci han giocato un bel tiro.
Speriamo che non ammazzino i prigionieri. Veramente il comando di divisione ha già diffuso la notizia che sono stati fucilati; ma credo che si tratti di propaganda. Infatti i ribelli ci tengono a far sapere ai nostri soldati che, quelli che non si difendono, non li ammazzano (e capite che cosa ciò può significare per il soldato aggredito).
Che i ribelli non ammazzino i prigionieri (almeno tutti) lo prova il fatto che varie volte li scambiano coi nostri comandi; ma pare che ora il comando dell'armata non li voglia più scambiare, per la ragione già accennata.
Uno dei morti è lo sguattero della mensa; due altri erano della scorta e tre stavano su un autocarro pesante, che portava cibarie per la truppa. Ho portato ieri le salme al capoluogo (sul mare) dove sono state tumulate stamane."

 

19 ottobre

"Siamo arrivati ieri al luogo che dovrebbe essere la sede della nostra residenza invernale: un paese da lupi. Oggi vi soffia un vento che congela.
Corrono voci che non resteremo: che diamine! una divisione tanto gloriosa può subire l'onta di svernare in un paesuccio, degno appena di un reggimento di poveri fanti? I reggimenti più in gamba devono svernare... in Italia.
Mi spiacerebbe se si pensasse che il ragionamento di sopra sia di quei buoni e valorosi popolani che sono i nostri soldati: avverto perciò che non è loro."

 

20 ottobre

"Santa messa per i miei morti in combattimento e per le loro famiglie."

 

21 ottobre

"Alle tredici di oggi, il comando del reggimento, approfittando di un convoglio di bersaglieri di passaggio, ha lasciato il 'paese da lupi' che pareva destinato, come ho detto, al nostro soggiorno invernale, dirigendosi verso nuova destinazione.
Io pure dovevo partire, e avevo già il bagaglio pronto; ma l'aiutante mi ha detto di restare: perché poi, non arrivo a capirlo, dal momento che tutti i trasferimenti li ho fatti col comando.
Ora giunge la notizia che il treno è stato fatto saltare: venti morti e sessanta feriti.
Tra i morti il tenente comandante della sesta compagnia; tra i feriti l'aiutante maggiore.
Tra poco partirò per raggiungere il luogo del disastro."

Non partii, come dice la nota precedente, per raggiungere il luogo del disastro perché il comando di divisione impedì che si facessero autocolonne; dovetti attendere i morti e i feriti alla stazione; dove arrivarono alle dieci di sera.
Tra i feriti, amministrai l'estrema unzione ad alcuni che erano gravissimi (tre decedettero il giorno successivo) e trovai l'aiutante in condizioni pure molto gravi: due giorni dopo gli amputarono la gamba, ed è grazia di Dio se poterono salvargli la vita.
E i morti, come li vidi, su quelle due carrozze del bestiame, alla fioca luce di una lampadina tascabile! Eran tutti bersaglieri, esclusi due dei nostri.

 

22 ottobre

"Santa messa per i miei morti in combattimento."

 

23 ottobre

"Al capoluogo, sul mare, santa messa per i miei morti in combattimento."

Quella mattina sistemai l'altarino da campo nel mezzo della stanza in cui erano, una per barella, scoperte, le care salme straziate e, più che per le loro anime ch'io pensavo già in cielo, pregai per i parenti lontani che, a giorni, avrebbero ricevuto la notizia.
Che dolori semina, in tutto il mondo, questa guerra della quale non si vede la fine! Ma è mai possibile che gli uomini non incomincino finalmente a ragionare?

 

12 novembre

(Località in cui ho trascritto e commentato il piccolo diario.) La trascrizione del piccolo diario è finita. Se qualcuno avesse la disgrazia di leggerlo, direbbe che, per quanto concerne il secondo ciclo operativo, ho parlato di tutto fuorché di operazioni militari. Non potevo parlarne, perché non abbiamo fatto altro che marciare e marciare. Quando in una zona ci segnalavano dei ribelli, o si facevano vivi da sé con qualche ta-pum, si sostava, si inviavano pomposamente da quella parte cento cannonate, e stop.
Sono convinto che i comandanti immediati dei nostri reparti si fossero proposti di non sacrificare degli uomini dal momento che, a quanto si diceva, la divisione doveva rientrare in Italia. Forse erano anche persuasi della inutilità di sacrificarli.
In zone come quelle, per condurre con successo operazioni militari contro un numero considerevole di ribelli ben organizzati, attrezzati e audaci, ci vuole altro che una divisione, sia pure in gamba. Se si pensa che nel primo ciclo operativo in un teatro bellico molto più ristretto, dove i ribelli eran pochi, meno organizzati e meno audaci, cinque divisioni ottennero quel successo che si è visto, domando che doveva fare una sola divisione nella nuova zona.

 

CONSIDERAZIONI

CHIUDO questo doloroso scritto con alcune considerazioni d'indole generale.

 

Parte prima

Ho voluto, in queste pagine, infamare l'Italia?
Tolga il cielo.
Ho voluto solo notare una mia personale esperienza, perché non intendo dimenticarla.
Ma, prescindendo dalle mie intenzioni, potrebbero queste pagine infamare la patria?
Chi lo pensasse, dovrebbe ignorare che cosa è la guerra.
I nostri nemici e i nostri amici, in quest'ora fosca della storia, non han peccato e non peccano meno e meno gravemente di noi. Ciò che io ho raccontato è un episodio quasi insignificante nell'infernale tragedia che le nazioni del mondo, da tre anni, stanno scrivendo.
La fucilazione dei ribelli (magari anche, per sbaglio, qualche innocente) va raffrontata alle navi ospedale colate volontariamente a picco, e alle città ridotte dai bombardamenti mucchi di macerie fumanti, sotto le quali ardono le carni dei deboli e degli innocenti.
Avrei potuto, nel corso della narrazione, parlare anche di barbarie più raffinate; ma, dal momento che in tutto il mondo se ne commettono di raffinatissime, non avrei calunniato in modo speciale l'Italia.
E sento che, dicendo Italia, non dico bene perché, nel caso, dovrei dire il governo italiano di allora; ma anche così direi male perché il governo può aver dato (e son convinto che le ha date) solo direttive; dovrei dunque dire: il comando delle forze armate; ma anche dicendo cosi, probabilmente accuserei se non molti, alcuni innocenti.
Ma credo sia inutile sottilizzare: in una guerra come l'attuale (e forse in tutte le guerre) le barbarie che ho raccontato sembrano inevitabili.
Dunque, la vera colpa è della guerra: e siccome la guerra la fanno tutte le nazioni del mondo, la colpa è dell'umanità.

 

Parte seconda

Ciò che è orribile nella guerra è che la vita di centinaia e di migliaia di uomini dipenda dall'umore di una persona sola, un capo che può essere anche la peggior bestia del mondo.
Ad esempio: un collega cappellano mi raccontò che al suo reggimento il comandante non si curava affatto di assolvere o condannare: credeva forse con ciò di sfuggire alla responsabilità inerente, in quelle circostanze, al suo grado. Fatto sta che, arbitro della situazione, era un sottotenente, il cui titolo ad amministrare la giustizia era la conoscenza della lingua indigena.
D'accordo che anche un sottotenente (sia pure giovanissimo) può essere una persona ponderata; invece quello, disgraziatamente, non era tale; era un fanatico che credeva merito eccezionale per la sua carriera, fucilare un uomo (forse era anche uno di quei mostri maniaci di sangue che non mancano tra gli uomini).
Pensate che ogni fucilato lo segnava sul calcio del moschetto con una tacca, quasi fosse un punto d'onore; e dicono che non poche volte si divertisse uccidendo con le sue mani.
Quando l'umanità deve arrivare a questo punto di barbarie, davvero è meglio la selva.

 

Parte terza

Altra cosa che impressiona è l'abbruttimento dell'individuo.
I nostri popolani sono gente di gran cuore, ma la guerra talvolta li ha tirati giù al livello dei bruti.
Che importa che una povera vedova abbia una sola gallina e poche patate?
Il soldato gliele porterà via, nonostante i pianti di lei. E devasterà e ucciderà senza rimorso, certe volte, anche oltre le esigenze della guerra. E più la guerra è dura e più si cerca di frastornare il soldato, quasi che, senza essere delinquenti, non si possa combattere e morire per un ideale.
Ma non ho sentito io, una volta, un maggiore, ospite alla nostra mensa, dire: "Dovremmo sistematicamente insegnare al nostro soldato ad ammazzare". Se non fossi stato troppo lontano, gli avrei certo risposto: "Vi sbagliate, signor maggiore: dovremmo insegnare al nostro soldato a combattere: solo l'assassino ammazza".
(Però, nonostante quanto ho detto sopra sullo scatenamento dei pravi istinti, hanno torto quelli che attribuiscono la delinquenza del dopoguerra alla guerra stessa. Sugli spiriti, dopo la guerra, hanno agito altre influenze, che non è qui il caso di esaminare. In coloro che han fatto la guerra, a cose finite, la reazione è stata tale che non ammazzerebbero più neppure una mosca; nota postuma.)

 

Parte quarta

(Omissis)

Di tanti e così gravi mali (e son ben lungi dall'averli enumerati tutti) è madre la guerra. Spunti quindi il giorno in cui tutti gli eletti combattano da eroi contro di essa.

[...]

 

 

S T A T O   D I   S E R V I Z I O

di Brignoli Pietro, nato il 15 ottobre 1900 a Cenate sotto (Bergamo), distretto di leva Bergamo.
7 dicembre 1922. Riformato per esiti di pleuropolmonite sinistra dal Consiglio di Leva di Bergamo.
2 gennaio 1936. Nominato Cappellano Militare incaricato, per il servizio dell'assistenza spirituale presso il R.E. dal 3 gennaio 1936, con assimilazione al grado di Tenente e con il trattamento economico previsto dall'art. 15, comma 2, del R.D. 9.8.1926 n. 1493.
3 gennaio 1936. Assunto in forza dall'Ospedale Militare di Bolzano, per essere assegnato al Presidio Militare di Merano.
17 dicembre 1936. Mobilitato per esigenze A.O. Dispaccio Ministero della Guerra.
18 dicembre 1936. Partito per l'Africa Orientale imbarcandosi a Napoli.
27 dicembre 1936. Sbarcato a Massaua.
27 dicembre 1936. Assegnato al 407 Ospedale da Campo e giunto.
4 maggio 1937. Trasferito presso l'Ospedale da Campo di Debra Berkam (AOI).
9 settembre 1938. Iscritto a domanda, nel ruolo ausiliario dei cappellani militari ...
..........
11 giugno 1939. E' assegnato al Presidio Militare di Debra Berkam (AOI) dal 9.9.1938.
17 giugno 1939. Trasferito al Comando Nord settore dello Scioà Settentrionale.
19 marzo 1940. Partito per l'Italia perché rimpatriato ... imbarcandosi ad Assab.
27 marzo 1940. Sbarcato a Brindisi.
28 dicembre 1940. Trasferito al 2 reggimento Granatieri di Sardegna mobilitato.
28 dicembre 1940. Giunto in territorio dichiarato in istato di guerra.
4 maggio 1941. Partito per la Croazia via terra, col 2 reggimento Granatieri da Roma.
10 maggio 1941. Giunto, via terra, a Crocevia (Kocevje).
25 novembre 1942. Rientrato in Italia, col 2 reggimento Granatieri di Sardegna, perché rimpatriato.
...........

Campagna A.O. 1935-36

Ha partecipato dal 10 maggio 1941 al 25 novembre 1942 alle operazioni di guerra svoltesi in Balcania (territorio iugoslavo) con il 2 reggimento Granatieri di Sardegna

Ha partecipato dal 4 dicembre 1942 all'8 settembre 1943 alle operazioni di guerra svoltesi nello scacchiere mediterraneo (Roma) interessato della difesa costiera col 2 reggimento Granatieri di Sardegna.

Ha partecipato dal 9 al 10 settembre 1943 alle operazioni di guerra contro i tedeschi per la difesa di Roma con il 2 reggimento Granatieri di Sardegna.